Gen Z e lavoro all'estero: quando il mestiere dei sogni non si allinea alle esigenze economiche dei Paesi
I lavori fatti per passione possono riguardare qualsiasi settore. È comunque evidente che una parte consistente dei giovani appartenenti alla generazione Z (nati alla fine degli anni '90) si orienta verso «mestieri da sogno», professioni dettate dalla passione o, più semplicemente, verso ciò che rispecchia i loro interessi. In Francia, i mestieri manuali stanno vivendo un momento di grande attrattiva. Secondo uno studio di LinkedIn, il 63 % dei giovani tra i 18 e i 28 anni preferisce il dinamismo dei lavori sul campo alla «posizione statica» dei lavori d'ufficio.
Guidate dai social media, alcune professioni da sogno attraversano i confini: i giovani americani aspirano a diventare influencer, streamer, a lavorare nel mondo della moda o dell'arte, oppure a costruire un «business redditizio». Le professioni di ingegnere, medico e insegnante raccolgono anch'esse grande consenso. Nel Regno Unito, i giovani sognano arte, sport e musica. Altri si immaginano insegnanti, operatori sanitari, ricercatori o banchieri.
Emerge a questo punto la questione della stabilità occupazionale. In un mercato del lavoro internazionale sempre più competitivo, le professioni legate all'arte, allo sport, alla musica o alla moda sono davvero sostenibili? Non si tratta di sminuire il valore dell'arte e dello sport, fondamentali per il benessere collettivo e capaci di alimentare l'economia, bensì di mettere a confronto le scelte dei giovani con le realtà del mercato economico internazionale. Le carenze di manodopera persistono infatti nei settori della sanità, dell'edilizia, dei trasporti e della logistica su scala mondiale.
L'esempio del Messico
Il Ministero dell'Istruzione messicano ha riformato il sistema degli istituti tecnici superiori: 14 nuovi indirizzi professionali, appositamente progettati per «sincronizzare» le conoscenze e le competenze degli studenti con le richieste immediate delle industrie. Questa «sincronizzazione» si estende all'istruzione superiore, con investimenti mirati a rafforzare le competenze degli studenti nei settori sostenibili e ad alto potenziale: intelligenza artificiale, aeronautica, semiconduttori, cybersicurezza…
Non tutti, però, accolgono favorevolmente questa crescente ingerenza delle imprese nel mondo scolastico. La collaborazione con il settore privato è ben accetta, ma lo è altrettanto un'istruzione libera dalle imposizioni della congiuntura economica. I giovani dovrebbero poter coltivare i propri sogni e vivere le proprie passioni senza essere vincolati dalle esigenze del mercato.
Per chi sostiene quest'ottica, un'eccessiva aderenza degli studi ai bisogni immediati delle aziende rischierebbe di formare giovani lavoratori poco pronti ad affrontare le fluttuazioni del mercato economico internazionale. Inoltre, non tutti i giovani della Gen Z aspirano a diventare influencer, artisti o sportivi. Per i più pragmatici, questo rappresenta già un motivo sufficiente per non penalizzare chi sceglie professioni percepite come «non sostenibili» o di difficile accesso. Gli stessi analisti riconoscono comunque la necessità di riformare il sistema educativo per attrarre i giovani verso i settori che assumono e per sostenere la crescita economica.
L'esempio della Lettonia: occupazione non sostenibile o professione «utile» all'economia?
Un fenomeno analogo si registra in Lettonia, dove la propensione dei giovani verso professioni definite «non sostenibili» preoccupa anche i vertici dello Stato. Il World Economic Forum ha dedicato uno studio specifico sull'argomento, pubblicato nel febbraio 2026. Un'analisi che non mette in discussione i benefici dell'arte e dello sport, ma che pone una domanda precisa: come sostenere la crescita di un Paese quando le scelte professionali dei suoi giovani non si allineano alla domanda dell'economia?
Il rapporto evidenzia che i giovani sotto i 30 anni sono attratti principalmente dalle arti, dalla musica, dal design e dalle industrie creative (19 %), dall'imprenditoria (19 %) e dallo sport (14 %). Il settore della sanità si conferma in testa alle preferenze (21 %), ma con un margine ridotto. Il dato più preoccupante riguarda i settori economici che hanno più bisogno di manodopera, e che ne necessiteranno anche in futuro (ad eccezione della sanità): la Gen Z non li considera interessanti. Solo il 7 % dei giovani sotto i 30 anni si orienta verso i trasporti e la logistica, il 3 % verso la produzione tessile e manifatturiera e il 3 % verso l'energia (dati 2025).
Gli autori dello studio attribuiscono il divario tra le scelte dei giovani e le realtà del mercato a un'orientamento inadeguato. I giovani tenderebbero ancora a fare affidamento sulle opinioni di genitori e amici per costruire il proprio percorso professionale. Sarebbe invece necessario coinvolgere consulenti qualificati e rappresentanti del mondo aziendale, capaci di valorizzare agli occhi dei giovani quei settori poco appetibili o penalizzati da un'immagine negativa.




