Tempo di attesa per il rilascio del visto: cosa valutare prima di espatriare

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Pubblicato 2022-09-28 alle 00:00 da Asaël Häzaq
A seguito della crisi sanitaria, le ambasciate sono sovraccariche. Il disbrigo delle pratiche richiede più tempo del normale e bisogna armarsi di pazienza. Quali Paesi ci mettono più tempo a rilasciare un visto o a fissare un colloquio? A cosa sono dovuti questi ritardi e come impattano i progetti d'espatrio?

Più di un anno di attesa per viaggiare negli Stati Uniti?

Per alcuni, viaggiare negli Stati Uniti è una missione quasi impossibile. I cittadini indiani, per avere un colloquio per l'ottenimento del visto, devono aspettare 629 giorni. Ai messicani va ancora peggio: 767 giorni. I giapponesi, invece, sono fortunati: per loro, il tempo di attesa è di 18 giorni. Per i francesi, i giorni sono 520 giorni, quasi un anno e mezzo. Un anno per i brasiliani. I cittadini degli Emirati Arabi Uniti (EAU) devono attendere 347 giorni. Meno per gli svizzeri (179 giorni), i marocchini (100 giorni), i sudafricani (77 giorni) e i sudcoreani (57 giorni).

Da novembre 2021, ossia da quando gli USA hanno riaperto le frontiere, per ottenere un visto ci vuole molto più tempo. Il ritardo interessa tutti: i turisti, gli uomini d'affari e chi necessita di un permesso di soggiorno a breve e lungo termine. Le ambasciate americane, oberate dal carico di lavoro, dichiarano di non riuscire a gestire con efficienza il flusso di domande. La situazione penalizza soprattutto i viaggiatori che non hanno diritto all'Esta: si tratta di un'autorizzazione elettronica di viaggio, per soggiorni brevi (90 giorni) che consente ai cittadini dei 38 Stati di entrare sul territorio americano senza visto.

I pesanti ritardi sono da addebitarsi in parte alla pandemia, in parte alla mancanza di personale e ai tagli di bilancio, e in una certa misura anche alle conseguenze della politica dell'ex-Presidente Trump. Si noti infatti che, un messicano, per ottenere un visto deve aspettare 749 giorni in più di un giapponese.

Visto Schengen: sempre più ritardi

Il visto Schengen permette di viaggiare in un Paese membro dello spazio Schengen, la più vasta area al mondo che consente la libera circolazione dei cittadini senza bisogno di esibire un passaporto. La maggior parte degli Stati membri dell'Unione Europea rientra nell'area Schengen. Il titolare di un visto Schengen di breve durata (meno di 90 giorni) può soggiornare liberamente in tutti i Paesi dello Spazio Schengen. 

In linea di massima, il tempo di elaborazione di un visto è di 72 ore. In pratica, si va da 15 giorni a più di un mese. I tempi di attesa variano da un Paese all'altro, e dopo la crisi sanitaria si sono allungati.

Il tempo di attesa dipende anche dalla tipologia di visto richiesto. Per un visto di breve durata (meno di 90 giorni), si consiglia di presentare la domanda da 3 mesi a 15 giorni prima della partenza. Per tutti gli altri visti (per soggiorni oltre 90 giorni) bisogna iniziare le pratiche almeno 6 mesi prima della data di partenza. Da notare che le tempistiche sono anche condizionate dal Paese di nascita del richiedente. 

Ripercussioni sui progetti di espatrio

Dei tempi di attesa così dilatati possono rallentare, o addirittura mandare all'aria, un progetto di espatrio. È difficile pianificare un viaggio troppo in anticipo. Migliaia di aspiranti viaggiatori vivono nell'incertezza. A farne le spese sono i Paesi stessi perchè, oltre alla cattiva pubblicità, perdono la possibilità di accogliere persone che avrebbero contribuito all'economia locale. 

Lo stesso vale per gli uomini d'affari, che subiscono le stesse sorti degli altri viaggiatori. A lungo termine, alcuni professionisti potrebbero addirittura lasciare certe zone per spostare la loro attività in altri Paesi più aperti. In un momento storico in cui nazioni come Canada e Australia sono alla disperata ricerca di talenti internazionali, il fatto che questi professionisti altamente qualificati debbano attendere mesi prima di mettersi in viaggio, è un problema.

Un altro aspetto di cui non si parla abbastanza sono le conseguenze psicologiche. La pandemia ha separato migliaia di famiglie. Aprire le frontiere, imponendo tempi di attesa troppo lunghi, è controproducente. Anche la gerarchia tra le nazionalità è negativa.
I progetti di espatrio, che avevano subito una battuta d'arresto a causa del Covid-19, sono ancora una volta ostacolati da ritardi amministrativi e decisioni politiche.
Negli Stati Uniti i toni si stanno alzando, e la gente denuncia questi abusi. Prima della pandemia, ci voleva una settimana per ottenere un colloquio per il visto. Tutte le attività che operano nel settore turistico chiedono un alleggerimento delle misure amministrative e propongono l'introduzione di colloqui in videoconferenza per accelerare la presa in carico delle domande di visto.