
Dopo lo slow working, lo slow management e il workation, quali sono le macro tendenze che plasmeranno il mercato del lavoro internazionale nel 2026? Alcuni cambiamenti osservati negli ultimi anni sono passati di moda o sono ancora presenti?
Il mercato del lavoro internazionale nel 2026 è segnato da due tendenze apparentemente opposte. Da una parte, molti lavoratori preferiscono tenersi stretto il proprio impiego, anche quando non li appaga del tutto: l'incertezza economica e le politiche migratorie più rigide adottate da diversi Paesi spingono infatti alla cautela.
Dall'altra, però, gli Stati continuano a cercare professionisti stranieri qualificati. Fare carriera all'estero, o reinventarsi professionalmente fuori dai confini nazionali, resta dunque un'opzione concreta. In mezzo a queste due forze, anno dopo anno cresce un'esigenza sempre più centrale: trovare un equilibrio solido tra lavoro e vita privata.
Le competenze prima di tutto (Skill-first hiring)
Se i programmi di immigrazione delle principali destinazioni continuano a privilegiare i titoli di studio elevati, la selezione basata sulle competenze sta guadagnando sempre più terreno. Di fronte alla carenza di manodopera qualificata, molti Paesi hanno capito quanto sia strategico valorizzare ciò che i candidati sanno fare davvero. Alcuni propongono permessi di lavoro abbinati a percorsi di formazione professionale, come accade in Germania, mentre altri allentano i requisiti di ingresso per i profili stranieri nei settori in tensione.
In pratica, apprendimento sul campo ed esperienza in azienda avranno un peso crescente. Un segnale chiaro per gli studenti che sognano l'estero: la formazione in alternanza, con un piede in azienda e l'altro negli studi, potrebbe diventare una delle vie maestre per avviare una carriera internazionale. Alcuni arrivano persino a ipotizzare un ridimensionamento del valore del diploma universitario; non una sparizione improvvisa, ma un declino graduale.
Secondo questi esperti, il cambiamento è già in corso. Il titolo di studio continuerà a contare, certo, ma le imprese tenderanno sempre meno a usarlo come filtro principale, concentrandosi invece sulle competenze concrete dei candidati. Un approccio che potrebbe anche facilitare l'individuazione e il reclutamento di talenti internazionali.
Spazio alla formazione continua in azienda
Il boom dell'intelligenza artificiale spinge gli espatriati e i futuri espatriati a formarsi in modo continuo. La questione è altrettanto cruciale per le aziende. Il 2026 dovrebbe dare un'importanza ancora maggiore alla formazione continua in azienda. È uno dei migliori mezzi per attrarre nuove reclute, fidelizzarle e trattenerle. Il datore di lavoro stimola i suoi dipendenti permettendo loro di accrescere le competenze e quindi di costruire una carriera internazionale. Non si tratta di un ritorno al posto fisso (il lavoratore passa tutta la sua vita professionale nella stessa azienda), ma piuttosto di un nuovo sistema di gestione, direttamente legato alla valorizzazione delle competenze del lavoratore.
Dimettersi per restare fedeli ai propri valori (conscious quitting)
Sembra un paradosso. Da una parte, molti dipendenti preferiscono tenersi stretto un lavoro che non li entusiasma piuttosto che lanciarsi nell'incertezza. Il complesso contesto internazionale spinge alcuni espatriati a scegliere la via più prudente, anche a costo di svolgere un'attività poco in linea con i propri principi. Allo stesso tempo, però, cresce il numero di chi lascia l'azienda proprio per una mancanza di allineamento tra i propri valori e quelli del datore di lavoro. Queste dimissioni "consapevoli" riguardano soprattutto i più giovani.
Più in generale, il fenomeno si inserisce in una dinamica più ampia: la ricerca di senso. Se da un lato si comprende il pragmatismo di chi resta in un posto che non sente più suo, dall'altro chi se ne va rivendica una scelta altrettanto razionale. Restare controvoglia, infatti, può avere un impatto serio sulla salute mentale. E benessere psicologico ed equilibrio personale sono ormai entrati a pieno titolo nel lessico del mercato del lavoro internazionale. Il lavoro, oggi più che mai, deve avere un significato e contribuire alla realizzazione individuale: un'aspettativa sempre più diffusa tra le nuove generazioni.
Cambiare lavoro in un clic (job hopping)
Questa tendenza, già visibile da tempo, sta accelerando. Complice un mercato del lavoro internazionale stretto tra tensioni geopolitiche e incertezza economica globale. Il meccanismo è semplice: non si lascia più un impiego solo perché non rispecchia i propri valori, ma per crescere più in fretta, soprattutto quando l'azienda non investe nella formazione interna. Il fenomeno riguarda in particolare la Generazione Z (i nati tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni 2010). Se fatto con criterio, il job hopping è considerato un vero acceleratore di carriera.
Qui però non si parla di saltare da un settore all'altro senza logica, ma di scegliere ruoli affini o all'interno dello stesso ambito professionale, per esempio marketing e comunicazione. Chi punta a costruirsi un profilo internazionale seleziona le proprie esperienze in funzione di questo obiettivo. Usato bene, il job hopping non è sinonimo di instabilità: al contrario, racconta molto delle competenze di un espatriato. Capacità di prendersi dei rischi, autonomia, lucidità nel valutare i propri punti di forza, volontà di colmare le lacune… insomma, una strategia più che un salto nel vuoto.
Una carriera passo dopo passo (slow working)
E se il 2026 fosse l'anno in cui si rallenta? Anche qui non si parla di una moda improvvisa, ma di un approccio che sta lentamente guadagnando spazio. In controtendenza rispetto ai modelli che puntano tutto su velocità e iper produttività, lo slow working invita a prendersi il tempo necessario. Questo nuovo rapporto al ritmo professionale è direttamente legato alla ricerca di senso. Perché correre sempre, quando si può lavorare meglio? Perché imporre un'organizzazione quasi “robotica”, quando le persone hanno bisogno di relazioni autentiche e di pause rigeneranti, vere e proprie boccate d'aria che permettono di ripartire con più lucidità? Il "lavoro lento", o slow working mette al centro riflessione, scambi costruttivi, qualità delle relazioni, equilibrio, creatività e una gestione più intelligente del tempo. L'obiettivo è motivare senza ricorrere allo stress cronico imposto da ritmi sempre più serrati. Ridefinendo le priorità, i lavoratori possono concentrarsi su ciò che conta davvero. Lo slow working, quindi, non è un inno alla pigrizia, tutt'altro. È una filosofia che riporta l'essere umano al centro dell'azienda.
Pause di benessere (mini-pensionamento)
Il mini-pensionamento sarà la nuova parola chiave del 2026? Passata in sordina l'anno scorso, questa formula potrebbe guadagnare visibilità nei prossimi mesi. Presentata come una soluzione “anti-burnout”, consiste nel prendersi qualche settimana o qualche mese - un anno al massimo - per staccare davvero e ricaricare le batterie. Non significa per forza tagliare i ponti con la propria azienda: spesso si tratta piuttosto di sfruttare le ferie o un congedo per cambiare aria e uscire dalla routine. Il fenomeno riguarda soprattutto la Generazione Z e i millennial (i nati tra gli anni '80 e l'inizio dei '90). Per queste generazioni, lavoro e carriera non occupano più lo stesso spazio di un tempo. L'ambizione di una carriera internazionale resta forte, certo, ma non a qualsiasi prezzo.
La tutela della salute mentale vale quanto, se non più, dell'avanzamento professionale. Per molti, il mini-pensionamento rappresenta quindi un modo intelligente di continuare a crescere senza sacrificare la vita privata. È anche un'occasione per sperimentare altri stili di vita o perfino vivere una sorta di "mini-espatrio" prima di fare scelte più radicali. Nel 2026 lavorare all'estero non sarà necessariamente più facile. Ma sarà più chiaro: le competenze contano e l'equilibrio non è più un lusso. La vera sfida? Costruire una carriera che evolva senza consumarti. E se fosse proprio questa la nuova definizione di successo internazionale?
Fonti:
- Courrier Cadres - Job switching, skills-first hiring… Ces 12 tendances qui transforment le monde du travail
- Forbes - 2026 Work Trends: 10 Experts Predict The Future Of Work
- Culture RH - Le monde du travail 2026 : retour à plusieurs bureaux et proximité
- Gereso - Slow working : et si travailler moins vite, c’était travailler mieux ?
- Sigma RH - Tendances et actualités RH 2026 : les grands sujets à surveiller



















