Discriminazione verso le donne: i Paesi più e meno inclusivi

Vita quotidiana
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Pubblicato 2021-11-24 alle 00:00 da Mikki Beru
Nel corso degli anni alcuni Paesi si sono emancipati in termini di inclusione e di parità di genere e sono diventati più accoglienti anche nei confronti delle donne espatriate. In altri invece, anche a causa della crisi sanitaria, la condizione femminile è in netto deterioramento. 

Ci sono delle nazioni nel mondo che possono essere prese da esempio per i loro progressi nella lotta verso l'emancipazione femminile. Quali Paesi si stanno impegnando per un avanzamento concreto nella parità dei diritti tra donna e uomo?

Parità in politica: il modello ruandese

L'Africa viene ancora percepita come un continente afflitto da guerre e problemi politici. È difficile parlare di diritti delle donne, quando molti paesi africani sono assoggettati a regimi autoritari. L'Africa, e in particolare la zona subsahariana, si sta emancipando. Il Parlamento in Ruanda è composto per oltre il 61% da donne, che ricoprono posizioni influenti. 
Le donne hanno partecipato alla stesura della Costituzione del 2003, che sancisce "l'assegnazione di almeno il 30% dei posti alle donne negli organi decisionali statali". Le donne rappresentano più del 70% della popolazione locale. Il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) milita per la loro integrazione in politica. L'ex deputata dell'RPF, Bernadette Kanzayire, è forte del ruolo cruciale svolto dalle donne nella lotta per la pace e per la ricostruzione del Paese, ancora devastato dal genocidio del 1994. Anche Uganda, Burundi, Tanzania e Sud Sudan hanno sancito nelle loro costituzioni una quota rosa in Parlamento pari al 30%.

Nel 2019, il Global Gender Gap Index, stilato dal World Economic Forum (WEF), ha classificato il Ruanda al 6° posto. La Svizzera è ventesima. La Namibia (7°), il Sudafrica (10°) e il Senegal (11°) precedono sia la Svizzera che la Finlandia.Sahle-Work Zewde è Presidente dell'Etiopia dal 2018. L'Etiopia ha una percentuale di donne al Parlamento pari al 38,76% .
L'avanzata delle donne africane non si ferma alla politica e si spinge verso altri settori dell'economia. Secondo il McKinsey Africa Gender Report (2019), un membro su quattro dei Consigli di amministrazione è donna. Molto più che in Europa dove la percentuale non sale oltre il 23%. La situazione è peggiore in Giappone, pur essendo la terza potenza mondiale. Il Paese è al 121° posto su 153, dopo Bangladesh, Senegal e Emirati Arabi Uniti (studio del Forum Economico Mondiale, 2020).

Resta ancora molto da fare perché le donne africane vedano tutti i loro diritti veramente rispettati. Tendono infatti ad essere relegate alle gestione di ministeri senza portafoglio e non percepiscono lo stesso stipendio dei colleghi maschi. Dare più potere alle donne significa rafforzarne i diritti fin dall'infanzia tra cui l'accesso alla scolarità, la lotta contro l'infibulazione, la promozione dell'imprenditoria femminile, il coinvolgimento degli uomini nella battaglia per la parità di genere...

Quando il populismo minaccia i diritti delle donne

Il rapporto delle Nazioni Unite del 2019 rileva un miglioramento dei diritti delle donne nel mondo. Una tendenza globale, che non cancella le disparità a seconda delle regioni del mondo. Il 2020, l'anno del Covid-19, è anche l'anno in cui molti diritti acquisiti dalle donne vengono messi in discussione, soprattutto nelle democrazie. Si tratta di un allarmante declino che ha avuto luogo in diversi paesi democratici. Intervistata dal programma Géopolis, Patricia Schulz, ex membro del Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione contro le donne, vede questo tracollo come una “messa in discussione dei diritti delle donne, attuata da poteri che possono essere molto diversi a seconda del Paese”.

Nel 2016, l'ascesa di Donald Trump al potere ha fatto precipitare gli Stati Uniti e il mondo nell'incertezza. L'uomo dai propositi apertamente misogeni ha fatto presa sull'elettorato  degli Stati più conservatori. Anche dopo la fine del suo mandato, l'ombra di Trump incombe sull'America, a mezzo della Corte Suprema. Il 27 ottobre 2020, 8 giorni prima delle elezioni presidenziali, Trump ha nominato Amy Coney Barrett come nuovo giudice capo (conservatore) della Corte Suprema. Per la prima volta dal 1930, la Corte Suprema americana è a maggioranza conservatrice. Le organizzazioni per i diritti delle donne esprimono preoccupazione. Lo scorso settembre, il Texas ha approvato una legge che limita le possibilità di aborto. L'aborto è ora proibito a partire dalle 6 settimane di gestazione. La denuncia espressa dell'amministrazione Biden non cambierà le cose. La Corte Suprema ha riesaminato il testo il 1° novembre ma per adesso la legge non si cambia. Una vittoria indiscussa per i conservatori. Pochi mesi prima era una legge del Mississippi a preoccupare le donne: prevedeva il divieto di aborto dalla 15° settimana di gravidanza, anche in caso di stupro o diincesto. La Corte Suprema dovrebbe rivedere la legge questo autunno. Secondo il Family Planning, se ogni Stato avrà la facoltà di consentire o meno l'aborto, metà delle donne americane rischia di perdere il diritto di abortire.

Stessa problematica nell'Est Europa che, ormai da 10 anni, è erosa da una corrente populista, detta anche “nazional-conservatrice”. Dal 2015, con l'ascesa al potere del partito di destra/estrema destra Diritto e Giustizia, i diritti delle donne hanno iniziato a vacillare: a scuola si insegnano i valori della famiglia tradizionale, si danno meno aiuti finanziari alle associazioni in difesa delle donne che sono anche costrette ad andare in pensione a 60 anni, contro i 65 degli uomini. A questo si aggiunge la legge anti-aborto che è entrata in vigore lo scorso gennaio. Linea simile in Ungheria, dal 2010, con la salita al potere di Viktor Orbán: l'uguaglianza tra i sessi è stata messa in questione e la riforma scolastica promuove un'educazione sessista dove la donna è confinata al loro ruolo di casalinga e non ha le stesse capacità intellettuali dell'uomo.
Nel 2017, Vladimir Putin ha depenalizzato la violenza domestica anche se uccide 12.000 donne ogni anno, ovvero una ogni 40 minuti (dati del quotidiano FranceInter). Questa misura è stata particolarmente deleteria durante il lockdown, quando i casi di violenza domestica sono drammaticamente aumentati in tutto il mondo.  

L'era post-Covid sarà più favorevole alla causa delle donne? Questo è ciò a cui aspirano le opinion leader. Il mondo di domani non potrà costruirsi senza le donne. Devono avere la possibilità di esprimersi e di mettere le loro competenza a servizio della società: medici, ricercatrici, insegnanti, operaie, sviluppatrici web... il futuro è anche nelle loro mani.