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Vivere all'estero: la libertà di essere finalmente sé stessi

Moving abroad: The freedom to finally be yourself© djile / Envato Elements

«E se la persona che avresti voluto essere non avesse potuto trovare il proprio posto là dove sei nato?». Il concetto di casa ha qualcosa di particolare. È il luogo in cui comincia a formarsi la nostra identità. Eppure, molto prima di chiederci «Chi sono?», impariamo già chi gli altri si aspettano che diventiamo. Le aspettative arrivano presto: prima dalla famiglia, poi dagli amici, dalla scuola e dall'università. Da adulti pensiamo di sapere chi siamo, ma quanto della nostra identità dipende dal luogo in cui siamo cresciuti?

Trasferirsi all'estero, anche se non sempre, significa spesso rimettere in discussione tutto: chi eravamo nel nostro Paese, il modo in cui ci presentavamo agli altri e ciò che davamo per scontato. E più ci allontaniamo da casa, più questo cambiamento può farsi sentire. Per alcuni è un'esperienza dolorosa: si sentono smarriti, soli e sopraffatti dalla nostalgia per la vita che hanno lasciato. Altri, invece, sembrano rifiorire. Lontani da tutto ciò che conoscevano, riescono finalmente a essere sé stessi.

La libertà di essere stranieri

Vi racconto un episodio. Subito dopo essermi trasferita in Cina, prendevo spesso il taxi, anche perché costava poco. E ogni volta i tassisti mi facevano più o meno le stesse domande:

Di dove sei?

Da quanto tempo vivi qui?

Ti piace la Cina?

Che cosa fai qui?

Erano le domande che rivolgevano a tutti gli stranieri. All'inizio rispondevo sinceramente, ma con il tempo ho cominciato a inventarmi un'identità diversa a ogni corsa. A volte ero italiana, altre americana. Un giorno insegnavo inglese, quello dopo ero una scrittrice o una turista di passaggio. Era un gioco divertente, oltre che un ottimo modo per esercitarmi con il cinese. Ma dietro c'era qualcosa di più profondo: potevo essere chiunque volessi. Nessuno mi conosceva e mi sentivo completamente libera.

Più tempo trascorrevo in Cina, più questa sensazione diventava forte. Ogni nuovo incontro era un'occasione per decidere quanto raccontare di me, e lo stesso valeva per la persona che avevo davanti. Nessuno conosceva il mio passato e le domande nascevano da una curiosità autentica, senza pregiudizi o idee preconcette su chi fossi.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più liberatori del vivere all'estero: non devi necessariamente reinventarti. Hai semplicemente la possibilità di raccontare la tua storia partendo da zero e, nel farlo, scoprire chi sei davvero.

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Esistono molti modi di vivere

«Dopo il diploma non sono riuscita a entrare all'università al primo tentativo. Avevo qualche risparmio e ho deciso di partire. Con quello che potevo spendere, il Sud-Est asiatico era l'unica possibilità. Sono stata nelle Filippine e poi in Thailandia, dove ho iniziato a insegnare inglese ai bambini di una scuola pubblica per guadagnare qualcosa. Una storia abbastanza comune, no? Eppure quel lavoro mi piaceva moltissimo. Nel mio Paese avrei dovuto studiare ingegneria, e non sarebbe stata nemmeno una cattiva scelta. Ma avevo sempre la sensazione di dover seguire un percorso prestabilito: prendere buoni voti, andare all'università, cominciare a risparmiare per comprare casa. Viaggiando ho scoperto che esistono tantissimi modi diversi di vivere...», racconta Dennis, un americano espatriato in Thailandia.

È probabilmente una delle prime cose che si scoprono trasferendosi in un altro Paese: non tutto funziona come siamo abituati. Le persone fanno colazione a orari diversi e mangiano cose diverse, si vestono in un altro modo e parlano un'altra lingua. Poco alla volta, anche noi cominciamo a cambiare. A volte si tratta soltanto di adattare qualche abitudine quotidiana. Altre volte, invece, ci rendiamo conto che il nostro modo di vivere non è l'unico possibile. E quei piccoli cambiamenti iniziali possono darci il coraggio di affrontarne di più grandi.

Un altro espatriato racconta su Reddit: «In 48 anni da espatriato ho imparato quanto sia importante ascoltare le opinioni degli altri. Ogni luogo ha il suo modo di vedere le cose e ho imparato a tenerne conto quando mi faccio un'opinione. Spesso l'ho anche cambiata, dopo aver ascoltato punti di vista diversi in altri Paesi. Ho imparato a ricredermi e ad ammettere di non avere sempre ragione. Questo non significa accettare qualsiasi punto di vista. In fondo, ovunque nel mondo le persone desiderano le stesse cose: cibo, salute, una casa, sicurezza, una famiglia serena e felicità. Ma ci sono tanti modi diversi per raggiungerle.»

La distanza mette le cose in prospettiva

Spesso è proprio la distanza a rendere possibile questo cambiamento. Allontanarsi permette di guardare alla vita che si è lasciata nel proprio Paese da una prospettiva diversa. La cultura in cui siamo cresciuti non ci appare più come l'unico modo possibile di vivere, ma come uno dei tanti.

Per molti espatriati è una vera rivelazione. Ciò che abbiamo sempre considerato «normale» perde parte della sua importanza, perché ci rendiamo conto di quanto fosse legato alla cultura d'origine. Non significa rinnegare le proprie radici, ma sentirsi finalmente liberi di scegliere cosa conservare e cosa lasciarsi alle spalle.

«Non mi ero mai reso conto di quanto la mia ansia dipendesse dal luogo in cui vivevo. Nel mio Paese tutti corrono, cercano di essere sempre più efficienti, pianificano i prossimi cinque anni, discutono di politica e ogni conversazione finisce per diventare un dibattito. Pensavo di avere qualcosa che non andava perché non riuscivo a tenere il passo. Poi mi sono trasferito all'estero e ho capito che forse ero semplicemente nel posto sbagliato, almeno in quel momento della mia vita. Qui le cose sono più semplici, e non perché le persone siano pigre. È che la vita sembra più umana, più tranquilla. Qui non mi sento più fuori posto.»

Trasferirsi per essere sé stessi

A volte trasferirsi all'estero è l'unico modo per poter essere davvero sé stessi, soprattutto quando le norme culturali, o persino le leggi del proprio Paese, non permettono di vivere liberamente la propria identità.

Gli esempi non mancano. Pensiamo al matrimonio tra persone dello stesso sesso, che non è riconosciuto legalmente in oltre il 70% dei Paesi del mondo. In alcuni Paesi, inoltre, le relazioni omosessuali non solo non sono riconosciute, ma sono considerate un reato.

Anna, 25 anni, è una giovane russa che si è trasferita da poco in Argentina. Ci racconta: «Non avevo mai pensato di lasciare il mio Paese. Mi piaceva la mia vita: avevo un buon lavoro, un bell'appartamento, amici e famiglia. Per il 90% del tempo stavo benissimo. Ma sono lesbica e ho una fidanzata. Nel mio Paese non è illegale, però non è nemmeno ben visto. Sentivo di non poter mai essere davvero me stessa, almeno non come avrei voluto. Decidere di partire è stato difficilissimo. Il primo anno all'estero è stato molto duro: avevo pochi soldi, nessun progetto preciso, niente lavoro e nessun amico. La mia vita si era completamente ribaltata. Quel 90% che prima mi rendeva felice era diventato un 90% di cose che non mi piacevano. Ma finalmente potevo essere me stessa al 100%. E oggi penso che ne sia valsa la pena.»

Fallire lontano da casa

«Mi sono trasferito in Cina verso i 50 anni. A dire il vero, nel mio Paese non avevo grandi prospettive. Un amico insegnava lì, così ho deciso di andare a trovarlo per un mese. Alla fine sono rimasto più a lungo, ho trovato lavoro, conosciuto nuove persone e iniziato a frequentare l'ambiente tecnologico locale. Ho provato ad avviare alcune piccole attività, ma quasi tutte sono fallite. Poi ho cominciato a collaborare con una fabbrica locale per produrre e vendere accessori per fotocamere, e questa volta ha funzionato. È quello che faccio ancora oggi. Non avrei mai immaginato di mettermi in proprio. Nel mio Paese non avevo mai avuto il coraggio né i mezzi per provarci. Avevo paura di fallire, di quello che avrebbe detto la gente. In Cina, invece, mi potevo permettermi di sbagliare senza preoccuparmi troppo del giudizio degli altri», racconta James, un britannico espatriato a Shenzhen, in Cina.

Sapere di non avere gli occhi degli altri puntati addosso può dare un'enorme sensazione di libertà. Se provi a fare qualcosa e non funziona, ma sei l'unico a saperlo, il fallimento fa davvero male come quando avviene sotto gli occhi di familiari e amici? Forse è proprio per questo che all'estero sbagliare sembra meno pesante: quando la paura del giudizio diminuisce, diventa più facile mettersi in gioco.

A volte, invece, ciò di cui abbiamo bisogno è semplicemente imparare a cavarcela da soli. Come racconta un utente su Reddit: «Mi sono trasferito all'estero per la prima volta intorno ai 25 anni e ora, a 37, vivo nel mio terzo Paese. Nonostante tutte le difficoltà, credo che questa esperienza mi abbia reso molto più sicuro di me e indipendente. Prima facevo parecchio affidamento sulla mia famiglia, mentre vivere all'estero mi ha costretto ad affrontare le cose da solo. Non so quanto dipenda dall'esperienza di espatriato e quanto dal normale processo di maturazione tra i venti e i trent'anni. Ma è una sensazione bellissima sentirsi più sicuri di sé e smettere di preoccuparsi di ciò che pensano gli altri.»

Quando i punti deboli diventano punti di forza

Un altro motivo per cui alcune persone si trovano meglio all'estero è piuttosto semplice: le loro competenze e caratteristiche personali possono essere più apprezzate in un altro Paese.

Intorno al 2010, ad esempio, la richiesta di insegnanti di inglese era molto alta in Asia, soprattutto in Cina, dove gli stranieri potevano trovare numerose opportunità di lavoro e guadagnare stipendi più elevati. Anche attori e modelli dall'aspetto «occidentale» erano molto richiesti nella regione e, grazie alla concorrenza limitata, avevano maggiori possibilità di trovare lavoro.

Ma ci sono anche differenze meno evidenti. In alcune culture, qualità come la capacità di imporsi, guidare gli altri e prendere iniziative sono particolarmente apprezzate. In molti Paesi occidentali, come gli Stati Uniti, per avere successo è spesso importante sapersi mettere in mostra. Altrove, invece, la professionalità può essere associata a un atteggiamento più discreto. In Paesi come Svezia, Finlandia e Giappone, essere attenti osservatori, riflessivi e misurati può diventare un vero punto di forza.

William, che si è trasferito in Cina per insegnare nel 2011, racconta: «Avevo una laurea in letteratura inglese e un prestito da ripagare che avevo preso per finanziare gli studi. Cercavo un modo per saldarlo rapidamente, ma nel mio Paese trovare lavoro era difficile. Ho scoperto che potevo insegnare all'estero, sono stato assunto da un grande centro di formazione in Cina e sono partito. Le opportunità non mancavano: a volte facevo quattro o cinque lavori contemporaneamente, comprese molte lezioni private. Sono riuscito a estinguere i debiti, a mettere qualcosa da parte e ormai vivo qui da 15 anni. Non avrei mai immaginato che la mia laurea mi avrebbe permesso di costruire una carriera, e invece insegno ancora oggi.»

Una rinascita non cancella il passato

Trasferirsi all'estero non significa necessariamente lasciarsi alle spalle la persona che si era nel proprio Paese, né volerlo fare. Da quello che ho capito parlando con altri espatriati, e attraverso la mia esperienza personale, vivere in un altro Paese può cambiarci profondamente. A volte è la scelta giusta, altre volte no. È difficile sapere in anticipo se trasferirsi sarà davvero la soluzione ai propri problemi. Ma resta un'esperienza che vale la pena prendere in considerazione.

Vita quotidiana
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Natallia Slimani-Mercier
Autore

Natallia ha conseguito una laurea con lode in lingua inglese e interpretazione simultanea e ha lavorato come scrittrice e redattrice per varie pubblicazioni e canali mediatici in Cina per dieci anni.

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