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In pensione dopo anni all'estero: sei davvero pronto a tornare?

Retiring after years abroad: Are you really ready to go home?© projectUA / Envato Elements

Andare in pensione e trasferirsi sono due grandi cambiamenti nella vita. Per alcuni, avvengono contemporaneamente o a breve distanza l'uno dall'altro. In questo caso, la pensione non significa soltanto lasciare il lavoro, l'ufficio e i colleghi, ma anche la vita costruita con tanto impegno in un Paese che, con il tempo, era diventato quasi casa.

Perché il pensionamento può spingere un espatriato a fare le valigie?

Pensionamento e trasferimento sono spesso legati. Il nesso, in certi casi, è evidente: molti espatriati si sono trasferiti all'estero per lavoro. Venuto meno il contratto, viene meno anche la ragione del trasferimento, e con essa, spesso, il diritto di soggiorno.

Per chi invece si era trasferito per motivi diversi dal lavoro, la pensione porta con sé un cambio di priorità. Aspetti che prima sembravano secondari tornano prepotentemente al centro della vita quotidiana: il costo e l'accesso alle cure mediche, le variazioni del costo della vita, l'entità del reddito pensionistico. I calcoli su tasse e pensioni possono smettere di tornare. E poi c'è un desiderio più semplice, ma non per questo meno forte: stare vicino alla famiglia e ritrovare ciò che è conosciuto.

Il problema è che «casa» potrebbe non sembrare più casa

Non è sempre così, ma nella maggior parte dei casi è ragionevole aspettarselo: chi è partito a 25 anni e torna a 65 non ritroverà il posto che aveva lasciato. Anzi, potrebbe avere la sensazione di trasferirsi in un Paese del tutto nuovo.

Molto cambia durante gli anni di assenza. Alcuni amici e familiari si sono spostati. Le strade hanno un aspetto diverso. I prezzi sono più alti. Il cambiamento più profondo, però, potrebbe riguardare proprio chi torna.

Vivere a lungo all'estero cambia ciò che consideriamo normale. Ci si abitua a nuovi ritmi, a un'alimentazione diversa, ad altri modi di relazionarsi con le persone, a un clima e ad abitudini differenti. Adattarsi a questa realtà ha richiesto tempo, impegno e pazienza. E ora ci si ritrova quasi a dover ricominciare da capo, cercando di riabituarsi alla vita che si conduceva prima di partire.

C'è un punto fondamentale da tenere a mente: la vita da espatriato potrebbe non finire davvero con il rientro.

Per un certo periodo, ci si potrebbe sentire ancora espatriati, solo che stavolta a casa propria.

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Capire cosa si prova non è scontato

Il pensionamento è una grande transizione identitaria. Smettere di essere espatriati può pesare ancora di più. Se queste due transizioni arrivano insieme, si sovrappongono e si intrecciano, rendendo difficile distinguere cosa appartiene all'una e cosa all'altra.

Si lascia alle spalle l'identità professionale, la routine lavorativa, il Paese che si era imparato a chiamare casa, gli amici, la comunità di espatriati. Succede così tanto in così poco tempo che diventa difficile persino dare un nome a quello che si sente e capire con cosa si stia davvero lottando.

Manca il lavoro? O forse mancano le persone con cui si lavorava, le risate in ufficio? Il problema è il pensionamento in sé, o è la difficoltà di adattarsi alla vita in un altro Paese? Manca uno scopo? O serve semplicemente una nuova cerchia di amici?

Questa è la prima difficoltà, probabilmente la più disorientante, di chi affronta pensionamento e trasferimento insieme: occorre uno sforzo maggiore per riconoscere le proprie emozioni e capirne l'origine.

«Non esistono amici come gli amici espatriati»

Una delle perdite più dolorose del trasferimento all'estero è quella dei legami stretti con amici e familiari. Si arriva in un nuovo posto senza punti di riferimento, e inizia la ricerca di compagnia. Può volerci del tempo, ma alla fine la maggior parte di noi la trova. E una volta trovata, queste persone diventano parte essenziale della nuova vita. Come racconta Liam, un pensionato britannico in Thailandia: «Non esistono amici come gli amici espatriati, le persone che si incontrano all'estero. Non sai nulla di loro all'inizio, ma diventano i tuoi alleati più stretti. È strano, perché magari all'inizio non avete quasi nulla in comune. Eppure vi capite profondamente, perché state affrontando le stesse sfide, o almeno sfide molto simili. Non voglio fare un paragone macabro, ma è come incontrare qualcuno su un aereo quando pensi che stia per precipitare. È un momento brevissimo, eppure in quella condivisione diventi vicinissimo a quella persona, in un modo che chi non era su quell'aereo non potrà mai capire davvero».

«Nessuno potrà mai capire davvero» è un tema ricorrente nelle amicizie tra espatriati. Aver vissuto un'esperienza specifica insieme a qualcuno significa che quella persona è entrata a far parte di un preciso periodo della propria vita. Si sono condivise cose che sarà molto difficile spiegare agli amici e ai familiari rimasti a casa.

È un'altra delle difficoltà che deve affrontare chi va in pensione e si trasferisce. In poco tempo cambiano molti rapporti: quelli con i colleghi, con gli altri espatriati e persino con le persone rimaste nel Paese d'origine, con cui probabilmente le relazioni non saranno più quelle di un tempo.

Si perde uno stile di vita che si era imparato ad amare

Per chi si era trasferito all'estero per lavoro, e soprattutto per chi godeva di un pacchetto da espatriato, il cambiamento nello stile di vita può essere radicale. Un pacchetto da espatriato significa essere trattati in modo diverso: un appartamento confortevole, il quartiere degli espatriati, i rimborsi per i pasti e per i trasporti. Una vita comoda, in cui ci si sente in qualche modo accuditi.

Anche senza un pacchetto completo, lavorare e vivere in un altro Paese introduce a uno stile di vita diverso. E se ci si è fermati abbastanza a lungo, qualcosa di quel modo di vivere è piaciuto. Forse il costo della vita era accessibile, forse il clima era più mite, forse le persone erano più sorridenti. Andarsene significa rinunciare a tutto questo, oltre che a una routine lavorativa e a una vita sociale ormai familiari.

Tornare a essere «normali»

La maggior parte di chi vive e lavora all'estero sperimenta la condizione di essere «diverso». Colleghi e conoscenti sono spesso curiosi: da dove vieni? Com'era la vita nel tuo Paese? Cosa ti aspetti da questo posto?

Il rientro a casa rimette tutti sullo stesso piano. Amici e familiari faranno qualche domanda sulla vita all'estero, ma una volta esaurita la curiosità, si torna a essere come tutti gli altri. Si parla la stessa lingua, si mangia lo stesso cibo, si condividono le stesse tradizioni. Per alcuni è il ritorno alla familiarità tanto desiderato. Per altri può sembrare la perdita di quella sensazione di essere qualcosa di speciale, di interessante. In ogni caso, richiede un adattamento.

Troppo tempo libero e troppe decisioni da prendere

C'è una contraddizione interessante in tutto questo. Il pensionamento toglie struttura alla vita, almeno quella legata al lavoro. Il trasferimento, nello stesso momento, crea il bisogno di struttura.

Durante gli anni di lavoro all'estero è facile sottovalutare quante decisioni si fossero già prese in anticipo. Ci si alzava a una certa ora, si andava in ufficio, si pranzava con i colleghi, si partecipava a qualche riunione, si tornava a casa. Anche i fine settimana avevano le loro abitudini.

Ora tutto questo è sparito, e non solo. Se il trasferimento avviene nello stesso periodo, scompaiono anche il bar del mattino, il supermercato sotto casa, il sentiero preferito per le escursioni, la palestra, i passatempi del fine settimana.

La domanda nasce spontanea: cosa faccio con tutto questo tempo?

Molte persone in questa situazione trovano conforto nel ricostruire piccole routine. Altre preferiscono usare l'agenda vuota come punto di partenza per qualcosa di completamente nuovo.

E se non si vuole tornare?

Per chi si era trasferito per lavoro e ora non lavora più, rientrare in patria sembra la scelta logica. Ma se non si vuole tornare? Se si desidera continuare a vivere in questo posto anche da pensionati? Bisogna pianificare in anticipo.

L'ideale è iniziare a valutare questa possibilità qualche anno prima del pensionamento effettivo. Ci sono alcune questioni pratiche da esaminare:

Come restare nel Paese legalmente senza un contratto di lavoro?

Quanto costerebbe l'assistenza sanitaria senza la copertura del datore di lavoro?

Come si riceverà la pensione? In quale Paese sarà tassata?

Sarà possibile sponsorizzare il permesso di soggiorno dei familiari a carico?

Il reddito da pensione basterà per mantenere un tenore di vita dignitoso?

E il lavoro part-time? Sarà necessario un permesso di lavoro?

Ci sarà un supporto adeguato sul posto con l'avanzare dell'età?

E così via.

La domanda centrale a cui rispondere è questa: sarà possibile costruire una vita sostenibile in quel Paese dopo la pensione?

Se si torna, meglio prepararsi un «atterraggio morbido»

Il rientro non deve essere un salto nel vuoto. Perché non testare il terreno prima?

Durante la fase di preparazione al pensionamento, vale la pena fare qualche viaggio a casa. Chi è già in pensione e ha più tempo a disposizione può valutare di tornare e fermarsi qualche mese. È un'occasione per capire come ci si sentirebbe a vivere di nuovo lì: ritrovare amici e familiari, informarsi sul costo della vita, sulle soluzioni abitative, sull'assistenza sanitaria e sui trasporti. Come sarebbe una giornata tipo in pensione? È una prospettiva che soddisfa?

Se il tempo e le finanze lo permettono, si può anche sperimentare per un periodo la vita divisa tra i due paesi, per capire quale soluzione funziona meglio.

Cosa succede ai contributi previdenziali versati all'estero?

Un'altra questione pratica emerge quando si è lavorato all'estero e ci si prepara a tornare per la pensione: che fine fanno i contributi previdenziali versati durante gli anni di lavoro fuori dal proprio Paese?

La risposta dipende da alcuni fattori chiave:

  • la nazione dove si è lavorato;
  • l'esistenza di un accordo bilaterale di previdenza sociale tra quel Paese e quello in cui si intende andare in pensione;
  • la durata del periodo contributivo.

In base a questi elementi, gli scenari possibili sono diversi.

Si potrebbe avere diritto a una pensione nel Paese in cui si è lavorato abbastanza a lungo. All'interno dell'UE, ad esempio, i periodi di contribuzione sono generalmente conservati in ciascun Paese in cui si è lavorato. Se tutte le condizioni previste sono soddisfatte, è possibile ricevere pensioni separate dai diversi Paesi in cui si sono maturati diritti pensionistici.

In altri Paesi, invece, le regole sono diverse. È il caso della Cina, dove i lavoratori stranieri che hanno versato contributi previdenziali e lasciano il Paese prima di raggiungere l'età pensionabile possono mantenere aperto il proprio conto pensionistico. Se tornano a lavorare in Cina, riprendono a versare i contributi senza perdere quelli già maturati. In alternativa, possono chiedere la chiusura del conto pensionistico individuale e il rimborso delle somme accumulate.

E il Paese d'origine?

Aver lavorato per molti anni all'estero non significa necessariamente aver perso il diritto alla pensione pubblica nel proprio Paese d'origine. Tutto dipende dalle norme nazionali e dai contributi versati nel corso della propria carriera. In questo contesto, gli accordi internazionali possono svolgere un ruolo importante: a determinate condizioni, infatti, anche i periodi di lavoro all'estero possono essere conteggiati per raggiungere i requisiti necessari a ottenere la pensione nel Paese d'origine.

La strategia migliore è iniziare a pianificare la pensione con largo anticipo. Occorre sapere:

  • in quali Paesi si sono effettivamente versati contributi previdenziali;
  • quanti anni di contribuzione si hanno in totale;
  • se si soddisfa il requisito minimo per la pensione nel Paese d'origine;
  • se i Paesi coinvolti hanno stipulato un accordo di sicurezza sociale.

La pensione non obbliga a fermarsi

Per molti versi, vale il contrario. Lasciare la nazione d'espatrio può essere l'inizio di una nuova vita costruita proprio su quest'esperienza. Se ti è piaciuto vivere all'estero, chi può dire che non amerai vivere altrove? Se per qualche motivo non è possibile restare nel posto in cui si è lavorato, non è detto che si debba tornare a casa.

Molti Paesi offrono visti e permessi di residenza per pensionati: Thailandia, Turchia, Grecia, Spagna, Portogallo, solo per citarne alcuni. L'esperienza come espatriato è una base solida per esplorare un modo di vivere diverso, scoprire nuove destinazioni e nuove culture.

Il pensionamento, in questo senso, non deve essere la fine della vita da espatriato: può essere l'inizio di una nuova esperienza. E stavolta senza i vincoli di un'offerta di lavoro.

Vita quotidiana
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Natallia Slimani-Mercier
Autore

Natallia ha conseguito una laurea con lode in lingua inglese e interpretazione simultanea e ha lavorato come scrittrice e redattrice per varie pubblicazioni e canali mediatici in Cina per dieci anni.

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