Un'app di traduzione può aiutarti a trovare le parole giuste, ma non può creare amicizie dall'oggi al domani né far sentire tuo figlio subito a casa in una nuova scuola. Vivere all'estero porta con sé frustrazioni che anche gli strumenti più utili non riescono a risolvere. Attingendo alla sua esperienza nel supportare famiglie internazionali, Daniela Blanchet riflette su cosa possono insegnare quei momenti difficili a genitori e figli: come adattarsi, chiedere aiuto e scoprire fino a dove si è capaci di arrivare.
Ti ricordi quando dovevi aspettare un'intera settimana per vedere il nuovo episodio della tua serie preferita? O quando ti veniva in mente un attore di cui non riuscivi a ricordare il nome e, invece di prendere il telefono, tutti quelli seduti al tavolo passavano i venti minuti successivi a cercare di capire chi fosse? Alla fine qualcuno se ne ricordava, oppure nessuno riusciva a venirne a capo e tornavi a casa con quella domanda ancora senza risposta.
I miei figli conoscono a malapena questo tipo di esperienza. Sono cresciuti in un mondo in cui le risposte arrivano in pochi secondi e l'intrattenimento è disponibile in qualsiasi momento. Se manca del materiale scolastico, a volte basta ordinarlo online per riceverlo il giorno dopo. L'attesa al ristorante si può riempire guardando lo schermo del telefono. Non siamo nemmeno più costretti a sorbirci la pubblicità.
Me ne sono resa conto in modo quasi sorprendente pensando alle bombe d'acqua. Ricordo quando bisognava riempirle e annodarle una per una. Oggi basta collegare un aggeggio al tubo dell'acqua per riempirle tutte in una volta sola. È ingegnoso. E sono abbastanza sicura che ben pochi di noi vorrebbero tornare ad annodare le bombe d'acqua una alla volta.
Non vuole essere una critica alla tecnologia o alle comodità che ci offre. Sono enormemente grata di poter fare videochiamate con la mia famiglia dall'altra parte del mondo, tradurre all'istante una frase quando sono in difficoltà, orientarmi in una città sconosciuta senza dover aprire una cartina e ordinare online ciò di cui la mia famiglia ha bisogno senza passare mezza giornata a cercarlo. Ultimamente, però, mi faccio una domanda: cosa succede quando ci abituiamo a una vita in cui sempre più difficoltà vengono eliminate? Cosa perdiamo quando tutto diventa sempre più facile e immediato?
Mi chiedo se una parte del prezzo da pagare non siano proprio quelle piccole occasioni quotidiane che oggi si presentano sempre meno spesso: aspettare, impegnarsi per ottenere qualcosa, fare i conti con la frustrazione, riprovare quando qualcosa non funziona. Presi singolarmente sembrano momenti insignificanti, ma forse funzionano un po' come gli esercizi in palestra. Una sola ripetizione non basta a renderci più resilienti. Affrontare più volte una difficoltà, imparare a conviverci, adattarci e scoprire di essere in grado di superarla, invece, potrebbe fare una grande differenza.
Nel mio lavoro con le famiglie internazionali, che affrontano il grande cambiamento di un trasferimento, vedo uno dei vantaggi più inaspettati dell'espatrio. Vivere in un altro Paese ti costringe a cominciare da zero. Finché non conosci bene la lingua, la cultura, il funzionamento della vita quotidiana o i codici sociali, le difficoltà sono inevitabili. E forse sono proprio queste le occasioni di allenamento che, in altri ambiti della nostra vita, abbiamo sempre meno spesso.
Siamo diventati molto bravi a eliminare l'attesa
La tecnologia non ha cambiato soltanto quello che possiamo fare, ma anche la velocità con cui ci aspettiamo di poterlo fare. Guardiamo film e serie in streaming senza aspettare che vengano trasmessi, mandiamo messaggi invece di aspettare il momento giusto per telefonare, ordiniamo online anziché passare in negozio. Scorriamo profili alla ricerca di un potenziale partner e guardiamo un'intera serie in pochi giorni, senza dover aspettare una settimana per sapere come continua. E quando non sappiamo qualcosa, ci basta cercarlo su Google.
Tutto questo ha un valore enorme. La possibilità di accedere facilmente a informazioni, comunicazioni e servizi ha trasformato le nostre vite in modi a cui non vorrei rinunciare. Ma tanta comodità ha anche tolto molte delle piccole frustrazioni che un tempo facevano parte della quotidianità: aspettare, annoiarsi, non conoscere subito una risposta, cercare da soli una soluzione o convivere con il desiderio di qualcosa che non possiamo avere immediatamente.
La frustrazione, naturalmente, non è scomparsa. Per certi versi, la vita moderna ne ha create di nuove. Forse aspettiamo meno per trovare un'informazione, ma sentiamo una pressione maggiore a reagire rapidamente. Il lavoro entra nella vita privata, i messaggi arrivano di continuo e la possibilità di essere sempre raggiungibili può trasformarsi nell'aspettativa di essere sempre disponibili. È un paradosso interessante: abbiamo più strumenti che mai per semplificarci la vita, eppure viviamo in una società che sembra tollerare sempre meno l'attesa.
I nostri figli crescono in questa realtà senza aver mai conosciuto un'alternativa. E forse lo smartphone è l'esempio più evidente di questa contraddizione: uno strumento estremamente utile, che molti genitori considerano ormai necessario per comunicare con i figli, per la loro sicurezza, per la scuola e per la vita sociale, ma che allo stesso tempo mette sempre a portata di mano intrattenimento, informazioni, contatti e un modo per sfuggire alla noia. Gli smartphone non ci hanno reso insofferenti all'attesa, ma ci offrono la possibilità di evitarla quasi sempre.
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Le scuole stanno già facendo i conti con queste difficoltà
La scuola è uno degli ambienti in cui questa tendenza emerge con maggiore evidenza. Secondo un sondaggio condotto nel 2024 dal Pew Research Center tra gli insegnanti delle scuole pubbliche statunitensi, il 72% dei docenti delle scuole superiori considera la distrazione causata dai cellulari, in classe, un problema serio. Considerando gli insegnanti di tutti i livelli scolastici, dalle elementari alle superiori, il 47% segnala inoltre come problema circa lo scarso interesse degli studenti per l'apprendimento.
Anche i dati internazionali mostrano una situazione simile. Nella valutazione PISA 2022 dell'OCSE (Programme for International Student Assessment, condotto dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), circa il 30% degli studenti dei Paesi OCSE ha dichiarato di essere distratto dai dispositivi digitali durante la maggior parte, o la totalità, delle lezioni di matematica. Circa un quarto ha invece riferito di essere distratto dai compagni che utilizzavano questi dispositivi. Gli studenti interessati da distrazioni digitali hanno ottenuto in matematica 15 punti in meno rispetto a chi ha dichiarato di non essere quasi mai distratto, anche tenendo conto delle differenze socioeconomiche tra studenti e scuole.
La risposta dei sistemi educativi è stata significativa. A marzo 2026, l'UNESCO ha rilevato che 114 sistemi educativi, pari al 58% dei Paesi del mondo, avevano introdotto politiche nazionali che vietavano l'uso dei telefoni cellulari nelle scuole. Nel giugno 2023, quando l'UNESCO aveva iniziato a monitorare il fenomeno, la percentuale era del 24%.
Questo, però, non significa che la tecnologia abbia necessariamente un effetto negativo sull'attenzione. La stessa indagine PISA ha rilevato che gli studenti che utilizzavano dispositivi digitali per attività didattiche a scuola, fino a un'ora al giorno, ottenevano in media risultati migliori in matematica rispetto a chi dichiarava di non utilizzarli affatto. È una distinzione importante. Il punto non è chiedersi se crescere i figli in un mondo dominato dalla tecnologia sia , perchè questa è la realtà in cui vivono. La domanda è piuttosto se, al netto di tutte queste comodità, abbiano abbastanza occasioni per imparare ad affrontare quei momenti in cui non possono ottenere immediatamente ciò che vogliono.
E forse anche noi genitori facciamo fatica a gestire la loro frustrazione
Questa è la parte che mi mette più a disagio, perché non credo che il problema riguardi soltanto i bambini. A volte siamo noi adulti a fare fatica di fronte alla frustrazione dei nostri figli. Si annoiano a tavola e gli diamo il telefono. Qualcosa li mette in difficoltà e interveniamo. Dimenticano qualcosa per la scuola e ci affrettiamo a risolvere il problema. Una situazione li mette a disagio e siamo tentati di evitarla. Spesso lo facciamo per amore. Se abbiamo la possibilità di rendere la vita più facile ai nostri figli, perché non dovremmo farlo?
Gli psicologi hanno studiato un fenomeno collegato a questo comportamento, soprattutto nell'ambito dell'ansia infantile, definito «accomodamento genitoriale»: si verifica quando i genitori modificano il loro comportamento o le abitudini per evitare, o alleviare, il disagio del figlio. Uno studio condotto su 295 genitori di bambini tra i 4 e i 10 anni ha rilevato che una minore tolleranza al disagio da parte dei genitori era associata a un maggiore ricorso a questo comportamento. In altre parole, la nostra capacità di tollerare il disagio dei figli potrebbe influire sulla rapidità con cui cerchiamo di eliminarlo.
Questa ricerca riguarda un contesto clinico specifico e i suoi risultati non possono essere estesi a tutte le situazioni familiari. Solleva però una domanda interessante anche per noi: quando mio figlio è in difficoltà, di chi sto cercando di alleviare il disagio, il suo o il mio?
A volte intervenire è esattamente ciò di cui i nostri figli hanno bisogno. Altre volte, invece, forse è più importante trasmettere loro un messaggio diverso: sì, è frustrante, ma sono convinto che tu possa farcela.
Per le famiglie expat, tutto questo può rappresentare un livello di difficoltà in più. Come genitori, stiamo già affrontando il nostro percorso di adattamento, con tutte le difficoltà che comporta, e allo stesso tempo dobbiamo accompagnare i nostri figli mentre affrontano le loro.
Essere resilienti non significa non incontrare mai difficoltà
È proprio su questo punto che credo sia importante fare attenzione a come parliamo di resilienza. Essere resilienti non significa apprezzare le difficoltà, né lasciare i bambini soli ad affrontare situazioni troppo grandi per loro. E certamente non significa complicare di proposito la loro vita perché «le difficoltà forgiano il carattere».
La resilienza riguarda piuttosto la capacità di affrontare le difficoltà, adattarsi e riprendersi. Anche la celebre ricerca sulla gratificazione differita presenta più sfumature di quanto spesso si racconti. Il «test del marshmallow» è diventato famoso per l'idea che i bambini capaci di aspettare avrebbero avuto maggiore successo da adulti. Uno studio successivo ha però mostrato che il legame tra la capacità di aspettare in età prescolare e i risultati raggiunti negli anni successivi si riduceva notevolmente quando venivano considerati fattori come il contesto familiare, le capacità cognitive precoci e l'ambiente domestico. Il legame con i successivi risultati sul piano comportamentale era ancora più debole.
In altre parole, la resilienza non si può ridurre all'idea che «i bambini devono imparare ad aspettare». Contano il contesto, il sostegno che ricevono, le risorse a disposizione e le relazioni che costruiscono. Ma contano anche quelle esperienze in cui qualcosa è difficile e scoprono di poter affrontare la situazione, imparare e adattarsi.
Ed è proprio qui che vivere all'estero diventa particolarmente interessante.
Trasferirsi all'estero e le difficoltà nella vita quotidiana
Niente mi ha fatto sentire allo stesso tempo così capace e così incompetente come trasferirmi in un altro Paese. Cose che facevo senza pensarci da decenni richiedono improvvisamente uno sforzo. Come si paga questa bolletta? Perché alla rotonda tutti guidano diversamente da quello che pensavo prevedesse il codice della strada? Come facevano tutti gli altri a saperlo? E quando finirà questa burocrazia?
Si torna a essere principianti. La tecnologia è di enorme aiuto: possiamo tradurre, fare ricerche, chiedere informazioni nei gruppi WhatsApp, orientarci e documentarci. Ma non possiamo eliminare ogni difficoltà. Imparare una lingua richiede tempo. Costruire amicizie richiede tempo. Sentirsi parte di un luogo richiede tempo. Comprendere una cultura richiede tempo. E la burocrazia, a volte, ne richiede moltissimo. Nessuna app, inoltre, può evitarci del tutto l'esperienza di sbagliare.
Per noi adulti, abituati a sapere come muoverci nella vita quotidiana, tutto questo può essere esasperante. Ma forse è anche una forma di allenamento.
Anche i bambini che si trasferiscono all'estero affrontano, a modo loro, un'esperienza simile. Possono ritrovarsi in una scuola dove tutti gli altri conoscono già regole sociali che loro devono ancora imparare. Il senso dell'umorismo può essere diverso, così come il modo di fare amicizia. La lingua parlata nel cortile della scuola potrebbe non essere la stessa che usano a casa. E persino chi frequenta una scuola internazionale può trovarsi a gestire contemporaneamente più identità culturali.
Le ricerche sui Third Culture Kids, i bambini cresciuti tra culture diverse, mostrano che la mobilità internazionale può offrire opportunità, ma comporta anche forme concrete di stress. Una revisione sistematica del 2022 su bambini e adolescenti che si spostano da un Paese all'altro ha evidenziato quanto il processo di adattamento sia complesso e influenzato da numerosi fattori, tra cui il sostegno e gli equilibri familiari, le amicizie, la lingua, la scuola, l'identità, lo stress e le caratteristiche del trasferimento stesso. È significativo che solo 14 studi abbiano soddisfatto i criteri della revisione, a conferma di quanto questa fascia della popolazione sia ancora poco studiata.
Non possiamo quindi affermare che trasferirsi all'estero renda automaticamente i bambini più resilienti. Possiamo però dire che li espone a esperienze che richiedono capacità di adattamento. Ciò che imparano da queste esperienze dipende, almeno in parte, dalle risorse che hanno a disposizione e dal sostegno che ricevono mentre le affrontano.
L'obiettivo non è eliminare la frustrazione, ma aiutare i bambini a capire come affrontarla. Come genitori, spesso il nostro primo istinto è quello di spianare loro la strada. E a volte è esattamente ciò di cui hanno bisogno. Un bambino sopraffatto da una nuova lingua ha bisogno di sostegno. Un adolescente che si sente solo ha bisogno di creare legami. Un bambino che fatica a inserirsi ha bisogno di adulti attenti. Ma sostenere un figlio e risolvere ogni difficoltà al suo posto non sono la stessa cosa.
Immagina che tuo figlio torni a casa e ti dica: «Oggi nessuno ha giocato con me. Odio questa scuola». Il primo impulso potrebbe essere quello di intervenire subito: scrivere all'insegnante, invitare un compagno a casa o persino chiederti se avete scelto la scuola sbagliata. E in alcuni casi una di queste soluzioni potrebbe effettivamente rivelarsi quella giusta.
La prima risposta, però, potrebbe semplicemente essere: «Dev'essere stata dura. Cosa è successo?» E poi restare lì. Lasciarli raccontare. Lasciare che la delusione esista. Lasciar loro sperimentare che un'emozione scomoda non richiede una via di fuga immediata.
È anche qui che il mio lavoro come coach ontologico plasma il mio modo di guardare questi momenti. Mi interessa non solo ciò che è accaduto, ma l'interpretazione che attribuiamo a ciò che è accaduto. «Oggi non capivo quello che dicevano» è un'osservazione su un'esperienza. «Non apparterrò mai a questo posto» è un'interpretazione. «Non so ancora come fare questa cosa» crea un rapporto molto diverso con la difficoltà rispetto a «non riesco a vivere qui».
Le circostanze possono essere identiche. Le possibilità che riusciamo a vedere dall'interno potrebbero non esserlo.
Forse non è necessario eliminare ogni piccola difficoltà
Anche le famiglie expat possono trovare piccoli modi per resistere all'impulso di risolvere subito ogni problema. Lascia che i tuoi figli provino a capire una lingua prima di tradurre ogni parola. Lascia che ordinino da soli al ristorante, anche se ci mettono più tempo. Lascia che siano loro a fare una domanda al negoziante. Lascia che aspettino senza offrire immediatamente qualcosa con cui distrarsi. Quando non sanno qualcosa, provate a trovare insieme la risposta prima di cercarla su Google. E quando qualcosa funziona diversamente nel Paese ospitante, cerca di non liquidare subito il modo di fare locale come inefficiente, assurdo o sbagliato.
E forse, soprattutto, lascia che i tuoi figli ti vedano anche nei momenti di difficoltà.
Lascia che ti sentano dire: «Non ho la minima idea di come funzioni. Proviamo a capirlo insieme». «Avevo capito male». «Sto aspettando da un'eternità e sto perdendo la pazienza». «Io lo farei diversamente, ma forse c'è qualcosa che ancora non ho capito».
I nostri figli non imparano la resilienza soltanto affrontando le proprie difficoltà. La imparano anche osservando come noi affrontiamo le nostre.
La vita da expat potrebbe darci qualcosa di cui non sapevamo di avere bisogno
Non voglio tornare ad annodare le bombe d'acqua una per una. Non voglio rinunciare a Google Maps. E certamente non voglio aspettare una settimana tra un episodio e l'altro della mia serie preferita solo per forgiarmi il carattere. La comodità non è il nemico. La tecnologia non è il nemico. E affrontare una difficoltà non è necessariamente un bene di per sé.
Forse, però, vale la pena soffermarsi su un aspetto del vivere all'estero in questo particolare momento storico. In un'epoca in cui gran parte di ciò che ci circonda è pensato per anticipare i nostri bisogni, darci risposte immediate ed eliminare gli ostacoli prima ancora che li incontriamo, la vita da expat continua a metterci davanti a esperienze che non possono essere completamente semplificate. Capiremo male. Dovremo aspettare. Sbaglieremo. A volte ci sentiremo incapaci. I nostri figli vivranno momenti di disagio. E non sempre potremo risolvere tutto al posto loro. Poi, lentamente, qualcosa cambierà.
La lingua che un tempo ci richiedeva tanta fatica diventa più facile. Il tragitto per cui avevamo bisogno del navigatore diventa familiare. Quel comportamento culturale che non riuscivamo a comprendere comincia ad avere un senso. Una persona che prima era un'estranea diventa l'amica da chiamare quando qualcosa va storto. Nostro figlio non è più quello appena arrivato. Impariamo. Ci adattiamo.
Ed è forse questo uno dei doni inaspettati del costruire una vita in un posto nuovo. In un mondo sempre più progettato per eliminare l'attrito dalle nostre vite, vivere all'estero può offrire a noi, e ai nostri figli, qualcosa di sempre più prezioso: la possibilità di scoprire che ce la facciamo.
Daniela Blanchet è coach ontologica certificata, facilitatrice e mamma expat, appassionata di temi legati al senso di appartenenza, all'identità, alla resilienza emotiva e alla dimensione umana delle transizioni della vita. Nata in Svizzera da genitori diplomatici argentini e cresciuta tra diversi Paesi e culture, il suo lavoro esplora cosa significhi ricostruire un senso di casa, di sé e di stabilità interiore vivendo tra mondi diversi. Daniela accompagna donne e famiglie con una vita internazionale nell'affrontare importanti cambiamenti di vita attraverso coaching, workshop, scrittura e spazi di conversazione comunitaria incentrati su mentalità di crescita, consapevolezza emotiva e coaching ontologico.