Insieme al burn-out e al bore-out, rappresenta una forma di sofferenza lavorativa. Un lavoro che perde significato, lavoratori che si interrogano sul futuro professionale… Perchè continuare quando le giornate sono scandite solo dalla noia? Con le recenti trasformazioni nell'organizzazione del lavoro (IA, ridefinizione delle mansioni, ecc.), il brown-out tende è in crescita e nessun settore è al riparo. Come possono i lavoratori espatriati ritrovare un senso nel loro lavoro?
Il burn-out, ovvero l'esaurimento dovuto al troppo lavoro, è ormai un fenomeno noto. Meno conosciuti sono invece il bore-out e il brown-out. Il bore-out condivide con il burn-out la dimensione dell'esaurimento, ma la causa è opposta: non il sovraccarico di lavoro, bensì il suo contrario. Le competenze del lavoratore restano inutilizzate: viene messo «in un cassetto», sottoutilizzato, costretto a svolgere mansioni ripetitive, poco stimolanti e prive di valore. Il bore-out è, in sostanza, l'opposto del burn-out.
Il brown-out si colloca tra i due e si definisce come una demotivazione estrema che colpisce il senso stesso del lavoro. Il lavoratore non trova più soddisfazione in ciò che fa, perde i propri punti di riferimento e il lavoro smette di avere significato. Il confine tra bore-out e brown-out è sottile: l'uno può facilmente sfociare nell'altro. Un dipendente messo da parte, sottoutilizzato dall'azienda (bore-out), può perdere ogni motivazione e scivolare nel brown-out.
Tutte e tre le sindromi esprimono una vera e propria sofferenza lavorativa, con ricadute evidenti anche nella sfera privata. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) richiama periodicamente gli Stati sulla necessità di affrontare i problemi di salute mentale, poiché queste sindromi possono spingere chi ne soffre verso la depressione, una malattia in costante aumento nel mondo.
Quali situazioni lavorative possono portare al brown-out, in particolare per chi vive all'estero? Esistono segnali premonitori?
Non è possibile individuare tutte le cause che conducono al brown-out, ma se ne possono identificare alcune ricorrenti, spesso legate all'organizzazione del lavoro e all'introduzione di nuovi metodi e strumenti:
Il ricorso sempre più frequente all'intelligenza artificiale nelle aziende.
L'accumulo eccessivo di riunioni, anche a distanza.
La sensazione di essere costantemente controllati, con l'obbligo di dare conto di ogni minima attività.
Un cambiamento nella gestione aziendale e/o nelle mansioni assegnate.
Unisciti alla comunità
Ricevi consigli utili per vivere al meglio la tua esperienza all'estero
I segnali del brown-out
È fondamentale non confondere il brown-out con un semplice calo di motivazione. Come qualsiasi altro lavoratore, chi vive all'estero può attraversare momenti di scoraggiamento, di minor entusiasmo o di stanchezza passeggera. Di norma, questi stati d'animo si risolvono da soli.
Le domande da farsi
Il brown-out non è un calo di motivazione, ma una perdita totale di senso. Il disagio si insinua nel corso dei mesi, senza segnali chiari, spesso senza che la persona se ne accorga. Proprio per questo la sindrome è difficile da riconoscere. È possibile tuttavia individuare alcune domande che l'espatriato in brown-out si pone frequentemente:
Perché sto facendo questo lavoro?
Perché mi hanno assunto, se a nessuno interessa quello che faccio?
Perché continuare a scrivere report che nessuno legge?
I pensieri che emergono
A queste domande si accompagnano spesso riflessioni del tipo:
Amo il mio lavoro, eppure ho la sensazione di girare a vuoto.
Non sono sovraccarico, ma sono sempre esausto.
Quello che faccio non ha alcun senso.
Mi sento completamente distaccato dai colleghi.
I cambiamenti nel comportamento
Il brown-out si manifesta anche attraverso cambiamenti visibili nella vita quotidiana.
L'espatriato diventa cinico: ogni nuova mansione assegnata dall'azienda gli strappa commenti come «un altro report? A cosa serve?». Prende le distanze dagli obiettivi aziendali, apertamente o in silenzio, perché hanno smesso di avere senso per lui.
Una stanchezza intensa, che persiste anche dopo un fine settimana tranquillo o dopo le ferie.
Disturbi del sonno.
Ritardi, assenze, dimenticanze: il lavoratore continua a svolgere le mansioni assegnate, ma con qualche «piccola svista» sempre più frequente.
Una presenza sempre meno percepibile in azienda: l'espatriato c'è, ma è come se non ci fosse. Non interagisce più con entusiasmo con i colleghi e si limita a fare ciò che gli viene chiesto, senza metterci nulla di personale.
Gli errori da evitare
Si tende spesso a scambiare il brown-out per un semplice momento di flessione, o a minimizzarne la gravità pensando che esistano situazioni ben peggiori. Un brown-out non affrontato può però evolvere in burn-out e/o depressione. Possono inoltre comparire altri disturbi: alimentari, del sonno, dolori fisici. È quindi essenziale prendere sul serio qualsiasi cambiamento preoccupante sul lavoro. La responsabilità riguarda tutti i membri dell'azienda: ognuno può fare qualcosa per sostenere il collega in difficoltà.
Senza arrivare a definire una forma di brown-out specifica per chi vive all'estero, vale la pena sottolineare che l'espatriato può trovarsi ad affrontare, nel corso della propria esperienza, situazioni di stress particolari.
Choc culturale e brown-out
Uno choc culturale può manifestarsi già nei primi tempi dell'espatrio, rendendo difficile l'adattamento al nuovo ambiente di lavoro. Uno stesso titolo professionale, infatti, può avere un peso e un contenuto molto diversi a seconda dell'azienda e della cultura. Un espatriato esperto nel proprio settore può ritrovarsi disorientato in un contesto straniero: le mansioni che gli vengono affidate non corrispondono a ciò che si aspettava e gli sembrano prive di significato. L'esperienza all'estero stessa può essere messa in discussione.
Competenze sottoutilizzate e brown-out
Un'altra situazione ricorrente riguarda l'espatriato continuamente ricondotto al proprio status di «straniero». La demotivazione nasce dal fatto che non riesce a esprimersi pienamente in azienda: viene etichettato, e ogni risultato, positivo o negativo, viene letto attraverso il filtro dell'espatrio. «Ha avuto successo perché è un expat.» «Ha fallito perché è un expat.» In queste condizioni è difficile acquisire fiducia in sé stessi, soprattutto per chi non ha un carattere particolarmente ottimista. L'espatriato può arrivare a credere che la sua assunzione non dipenda dalle sue competenze, ma unicamente dal suo essere straniero. Le sue qualità non vengono riconosciute. Può sentirsi messo da parte (bore-out) o usato come elemento decorativo. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una profonda demotivazione e una perdita di interesse e di senso.
Poiché il brown-out colpisce il significato stesso del lavoro, in molti casi porta alle dimissioni. Gli espatriati mettono in discussione non solo il proprio ruolo nell'azienda straniera, ma l'intero progetto di vita all'estero.
Uscire dal brown-out: le soluzioni esistono
Come si esce dal brown-out? Esperti e medici concordano su un punto: la soluzione deve essere costruita insieme, tra l'azienda e il lavoratore espatriato.
Espatriato: come parlare del proprio disagio lavorativo?
Non tutti i Paesi sono uguali sul fronte della salute mentale in ambito lavorativo. La politica aziendale in questo ambito non rientra di solito tra i criteri esaminati da chi si prepara a trasferirsi all'estero: l'attenzione va piuttosto alle condizioni di lavoro in generale, alla retribuzione e così via.
La soluzione al brown-out può passare attraverso il dialogo con il responsabile, ma non necessariamente. Dipende dalla situazione specifica. Un espatriato che inizia ad avvertire noia sul lavoro può chiedersi l'origine di questa situazione. Questo lavoro introspettivo lo porterà a interrogarsi nel modo giusto: la demotivazione dipende dal lavoro in sé? Dall'esperienza all'estero? Da eventi accaduti nella sfera professionale o privata che si ripercuotono sul lavoro? A volte il problema nasce da uno scarto tra l'immagine che ci si era fatti del ruolo e la realtà delle mansioni svolte all'estero. In questo caso, può essere utile provare ad apprezzare le nuove responsabilità per quello che sono, senza confrontarle con l'attività precedente.
Ogni lavoratore ha la libertà di attribuire il significato che vuole alla propria attività. È questo che spiega perché alcuni trovino un compito poco interessante, mentre altri lo considerino indispensabile. Ritrovare un senso nel proprio lavoro, quando è possibile, è una delle prime chiavi per uscire dal brown-out. Quando le difficoltà continuano l'espatriato deve poter parlarne liberamente con il datore di lavoro straniero.
Manager: valorizzare il lavoro dei propri collaboratori
Riconoscere un dipendente in brown-out non è sempre facile per un manager. Occorre mantenere un buon clima di gruppo rispettando al tempo stesso l'individualità di ciascuno, farsi capire tenendo conto della natura multiculturale del team, con dipendenti provenienti da Paesi diversi, con culture e modi di lavorare differenti.
Nella situazione ideale, l'espatriato beneficia di una formazione interculturale all'interno dell'azienda straniera e riceve un supporto per facilitare la sua integrazione. Questa configurazione ottimale resta però l'eccezione. Nella realtà, sono innumerevoli gli espatriati assunti esattamente come qualsiasi lavoratore locale, con tutto ciò che questo comporta, in particolare sul piano culturale. Con o senza formazione teorica, un apprendimento sul campo è comunque necessario. Per facilitare l'adattamento del dipendente straniero, tuttavia, l'azienda ha tutto l'interesse a sviluppare un solido «servizio di accoglienza». Il team manageriale deve essere in grado di seguire i nuovi arrivati non solo sul piano strettamente lavorativo, perché la «vita in azienda» ha, come suggerisce l'espressione stessa, una forte dimensione sociale.
La dimensione sociale emerge anche negli scambi quotidiani, e qui la cultura dell'azienda straniera gioca un ruolo fondamentale. Il Paese di destinazione è un Paese in cui il benessere del lavoratore viene preso in considerazione? Come si evolvono le leggi sull'immigrazione? Il lavoratore può esprimere liberamente il proprio disagio al responsabile? Un contesto di ascolto e rispetto è ovviamente indispensabile affinché l'espatriato possa parlare senza timore. Allo stesso modo, il clima all'interno del team è altrettanto determinante: un'atmosfera accogliente, parole di incoraggiamento e un atteggiamento positivo favoriscono la fiducia e l'integrazione dell'espatriato.
A volte la soluzione al brown-out è cambiare. Non necessariamente mettere fine all'esperienza all'estero, ma cambiare ruolo all'interno dell'azienda (quando possibile), cambiare azienda, settore o addirittura professione. Dato che il brown-out tocca il senso stesso del lavoro, la riflessione attuata dal lavoratore in difficoltà può portarlo a chiedersi se valga la pena continuare o se sia il momento di intraprendere una strada diversa. Nessuna decisione, però, va presa di impulso. Lasciare l'azienda non risolve il brown-out dall'oggi al domani: è preferibile intraprendere un percorso di supporto psicologico, ritrovare un equilibrio interiore e solo allora valutare un eventuale nuovo percorso professionale.
Attenzione, però: l'espatriato dovrà anche fare i conti con la questione del permesso di lavoro. Ha un permesso aperto o chiuso? Può interrompere l'attività lavorativa? Riuscirà a trovare un nuovo impiego con relativa facilità? Tutte domande che possono generare ulteriore stress. È consigliabile farsi accompagnare da un professionista ed evitare decisioni affrettate.
In ogni caso, un supporto psicologico e professionale è vivamente consigliato, indipendentemente dalla scelta di cambiare o meno azienda o settore. Per ricostruire la propria carriera all'estero su basi solide, è necessario prima ricostruire sé stessi dall'interno.
Asaël Häzaq, web editor specializzato in notizie politiche e socioeconomiche, osserva e decifra le tendenze dell'economia internazionale. Grazie alla sua esperienza come espatriata in Giappone, offre consigli e analisi sulla vita da espatriato: scelta del visto, studi, ricerca di lavoro, vita lavorativa, apprendimento della lingua, scoperta del Paese. Titolare di un Master II in Giurisprudenza - Scienze Politiche, ha sperimentato anche la vita da nomade digitale.