La maggior parte degli espatriati conosce bene le fasi dello shock culturale: luna di miele, frustrazione, adattamento e accettazione. Per molti, ormai, non si tratta più di qualcosa di inaspettato. Abbiamo imparato a riconoscerlo e sappiamo che le prime impressioni su una nuova destinazione possono essere fuorvianti, almeno finché non si raggiunge la fase di accettazione. Ma lo shock culturale si manifesta allo stesso modo per tutte le fasce d'età? Oggi le informazioni sono facilmente accessibili, le app di traduzione e l'intelligenza artificiale rendono la comunicazione molto più semplice, restare in contatto con casa è più facile che mai e, grazie a YouTube, si può quasi vivere in anticipo il trasferimento. In questo contesto, lo shock culturale esiste ancora davvero per la Generazione Z?
La Gen Z è cresciuta a contatto con culture e idee diverse
A differenza delle generazioni precedenti, la Generazione Z è cresciuta a contatto con culture diverse, anche senza spostarsi. I social media hanno reso quasi naturale l'incontro con lingue, abitudini e stili di vita lontani. Invece di limitarsi a guardare documentari su altri paesi o a scrivere lettere a corrispondenti stranieri, i giovani della Generazione Z hanno potuto osservare in tempo reale come si vive altrove.
Le piattaforme di streaming permettono di seguire serie coreane e fiction romantiche turche. I videogiochi online mettono in contatto, nello stesso momento, giocatori brasiliani e danesi. Guardiamo programmi di cucina e video mukbang dal Giappone, mentre la cucina cinese è ormai presente in quasi tutte le città. Il punto è semplice: oggi conosciamo molto di più delle persone e delle culture di altri paesi rispetto al passato.
Possiamo anche commentare le notizie e scoprire come vengono vissuti gli stessi eventi in diverse parti del mondo. Ovunque ci troviamo, possiamo confrontarci sulle stesse questioni.
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Perché lo shock culturale esiste ancora per la Gen Z
Gli strumenti digitali di oggi danno alla Generazione Z una certa familiarità con ciò che si trova all'estero. Questa familiarità, però, può essere in parte falsa o almeno fuorviante. Conosciamo persone e culture diverse attraverso i social media, i siti di informazione e i video su YouTube, ma questo modo di informarsi presenta diversi limiti.
Prima di tutto, come sappiamo, i social media mostrano quasi sempre una parte molto ridotta e selezionata della realtà. Molto dipende anche da chi racconta l'esperienza. Un influencer di viaggio può descrivere il proprio soggiorno in Egitto come meraviglioso, mentre un altro può presentarlo come un incubo.
Online, la stessa destinazione può quindi essere raccontata in modi completamente opposti. Basta cercare «Cina» su YouTube per trovare video che descrivono il paese come un luogo proiettato nel futuro accanto ad altri che lo presentano come pericoloso e sconsigliano di visitarlo.
Anche gli algoritmi hanno un ruolo importante, perché tendono a mostrarci ciò che vogliamo vedere. Si rischia così di restare chiusi in una bolla informativa costruita sui propri interessi e sulle proprie convinzioni, perdendo di vista le sfumature.
In breve, si può avere l'impressione di conoscere già un luogo. Una volta arrivati, però, ci si può sentire disorientati o persino ingannati se la realtà non corrisponde a ciò che si era visto online.
Tom, un espatriato tedesco che vive in Thailandia, lo spiega così: «Vivo in Thailandia da 20 anni e continuo a vedere video di persone appena arrivate che parlano come se conoscessero il paese. In realtà, sbagliano molte cose. Non parlano la lingua, non conoscono la popolazione e passano da una località turistica all'altra. Si comportano come se sapessero tutto e la gente li ascolta. Poi incontro persone che si sono trasferite qui per cambiare vita e che si lamentano perché la realtà non è come se l'aspettavano. Certo che non lo è: hanno dato retta a persone che si trovavano qui da una settimana».
Come si manifesta lo shock culturale per la Gen Z
Nel romanzo Il mondo nuovo di Huxley, il problema non è la mancanza di informazioni, ma il loro eccesso. Le persone vivono in un flusso continuo di notizie, intrattenimento, slogan e contenuti rapidi. Manca lo spazio per fermarsi, riflettere e sviluppare un pensiero critico. La conoscenza è disponibile, ma è così frammentata e dispersa che pochi sentono davvero il bisogno di approfondire.
Questa digressione aiuta a spiegare bene come può manifestarsi lo shock culturale tra le generazioni più giovani. Le informazioni non mancano. Anzi, spesso non serve nemmeno cercarle: sono costruite per raggiungerci in continuazione.
Ma, alla fine, quanto si conosce davvero?
Troppe informazioni, poca preparazione
La Generazione Z arriva spesso in un nuovo paese con la sensazione di sapere già cosa aspettarsi. Dopo aver guardato alcuni video su una destinazione o seguito qualche influencer, può sembrare di conoscerla ancora prima di partire. Gli algoritmi, però, tendono a mostrare soprattutto gli aspetti più belli, non le contraddizioni e le complessità della vita quotidiana. Nei video brevi, le culture vengono semplificate per essere comprese più facilmente. Online, molti luoghi appaiono familiari e rassicuranti. Una volta arrivati, però, ci si rende conto di quanto la realtà sia più complessa e ricca di sfumature.
«Ero molto entusiasta di trasferirmi in Giappone. Era il sogno della mia vita. Seguivo moltissimi contenuti sul paese e credo di aver visto tutti i video possibili sui 7-Eleven giapponesi. Avevo sempre immaginato il Giappone come un luogo futuristico. Quando sono arrivato e ho iniziato a viverci, però, non ero affatto preparato a quanto la società fosse conservatrice, soprattutto sul lavoro. C'è poco spazio per l'individualità. Anche fuori dall'ufficio, la vita segue regole piuttosto rigide. E quando esci dal lavoro dopo il tramonto, non resta molto di quel Giappone visto su YouTube di cui mi ero innamorato», racconta Paul, un espatriato britannico che vive in Giappone.
I valori possono cambiare da un paese all'altro
Uno degli aspetti più destabilizzanti dello shock culturale è scoprire che idee considerate universali sono in realtà legate al contesto in cui si è cresciuti.
Per esempio, il dibattito sull'identità di genere e sull'inclusione può sembrare ormai globale. Almeno, è questa l'impressione che spesso danno i social media. In realtà, però, non è necessariamente così: molto dipende dal paese in cui ci si trova.
«Prima pensavo che le persone della mia età avessero più o meno le stesse idee. Mi aspettavo opinioni diverse da parte di chi era più grande, ma per qualche motivo credevo che tra coetanei fossimo tutti abbastanza sulla stessa linea e che ci interessassero le stesse questioni. Insegno in Cina da un anno e, in realtà, non sono questi i temi di cui parlo con gli altri espatriati o con i miei amici cinesi. Ho capito che quelle questioni erano centrali soprattutto nel paese da cui provengo», racconta Rosa, un'espatriata americana che vive in Cina.
Socializzare richiede impegno offline
Molto dipende dal paese da cui si proviene, ma in alcuni contesti è ancora necessario partecipare attivamente alla vita sociale per costruire rapporti autentici. Le app di incontri e i social media sono diffusi ovunque, ma in alcune culture il loro ruolo viene sopravvalutato. Una volta all'estero, affidarsi alle solite app per creare una rete sociale e fare nuove amicizie può quindi non bastare.
I paesi nordici, come Danimarca e Svezia, sono spesso citati tra quelli in cui costruire relazioni richiede più tempo. Le persone vengono descritte come gentili ma riservate, e molto attente alla propria privacy.
Lo shock di non essere speciali
Anche questo aspetto è legato ai social media. Le piattaforme hanno contribuito a diffondere la cosiddetta «sindrome del personaggio principale», che porta a percepire la propria vita come il centro della scena, con gli altri nel ruolo di spettatori o comparse. Non è un fenomeno esclusivo della Generazione Z, ma questa generazione è probabilmente più esposta.
All'estero, però, la situazione può cambiare. Ci sono meno persone interessate alla propria vita e, se non si parla ancora la lingua o non si partecipa davvero alla comunità locale, ci si può sentire improvvisamente ai margini, quasi come un personaggio secondario.
Molto dipende comunque dalla destinazione. Alcuni espatriati raccontano infatti l'esperienza opposta. «Prima di trasferirmi a Shanghai ero molto timido, il classico introverso. Nel mio nuovo ufficio, però, ero l'unico straniero e tutti volevano parlarmi. È stato assurdo: sono passato dal parlare con tre persone al mese all'essere al centro dell'attenzione ogni giorno. In ufficio mi sentivo una celebrità, quindi sì, ho vissuto in pieno la sindrome del personaggio principale», racconta Patrick, un espatriato britannico che vive in Cina.
Come si articolano le fasi dello shock culturale per la Gen Z?
Non appartenendo alla Generazione Z, questa parte dell'articolo contiene inevitabilmente alcune ipotesi. Mi baso però su ciò che ho imparato parlando con viaggiatori ed espatriati di questa generazione e leggendo alcune discussioni su Reddit. Ecco come potrebbero presentarsi le diverse fasi dello shock culturale.
Fase uno: la sicurezza prima della partenza
Ancora prima di arrivare in un nuovo paese, ci si può sentire fin troppo preparati. Si sono guardati video, seguiti profili locali e imparati alcuni termini gergali. Si sa già dove bere il caffè migliore e quale cibo di strada è più popolare in quel momento.
L'entusiasmo non manca, ma c'è meno spazio per il mistero. Si può partire con una valigia simbolica piena di aspettative su come sarà la nuova vita.
Per le generazioni precedenti, questa era la fase della luna di miele, durante la quale chi era appena arrivato si innamorava di ogni aspetto della nuova destinazione. Per la Generazione Z, invece, può assumere la forma di una calma sicurezza. Si ha l'impressione di sapere già cosa aspettarsi e di non dover affrontare grandi sorprese.
Fase due: le aspettative crollano
È qui che inizia il vero shock culturale. Non nasce dal fatto che tutto sia «strano», ma dalla distanza tra ciò che ci si immaginava e una realtà molto più complessa.
Questa fase può essere più difficile della classica fase di frustrazione, perché viene vissuta come qualcosa di personale. Si ha la sensazione di aver valutato male la situazione. Più che una sfida esterna, diventa una domanda che ci si pone da soli: «Sono io il problema?
Fase tre: la sovrastimolazione
Una delle differenze più evidenti tra la Generazione Z e gli espatriati delle generazioni precedenti è che i giovani non perdono mai davvero il contatto con il proprio paese d'origine. Restano sempre connessi. Usano le stesse app, seguono gli stessi canali di informazione e mantengono gli stessi rapporti online. In un certo senso, non atterrano mai del tutto nella nuova destinazione.
Valeria, un'espatriata italiana in Cina, lo racconta così: « Il mio primo anno all'estero mi sentivo come se dovessi raccontare continuamente la mia vita a chi era rimasto a casa. Tutti mi chiedevano foto e storie. Ero sempre online, sempre alla ricerca di qualcosa di interessante da mostrare agli amici. Tutti erano entusiasti per me, ma io mi sentivo stanchissima. Era come se dovessi dimostrare qualcosa in due posti contemporaneamente, qui in Cina e in Italia..
Questo è il punto centrale. Per le generazioni precedenti, trasferirsi all'estero rappresentava anche una forma di distacco. Per molti espatriati della Generazione Z, invece, questa possibilità non esiste. Il risultato può essere un tipo particolare di affaticamento mentale: avere la testa in due posti nello stesso momento.
Fase quattro: la frizione identitaria
Per molti, questa è probabilmente la fase più intensa. Aspetti che sembravano centrali nella propria identità, come i valori, il senso dell'umorismo, le idee e il modo di esprimersi, non si adattano senza difficoltà al nuovo contesto. Richiedono qualche aggiustamento, oppure bisogna accettare l'idea di sentirsi e restare un outsider.
Alcuni reagiscono mettendo da parte parti di sé. Altri, al contrario, cercano di preservare ogni elemento della propria identità precedente. Entrambe sono forme di adattamento. Alla fine, per la maggior parte delle persone, funziona meglio una via di mezzo.
Fase cinque: l'adattamento
La Gen Z sembra stia sviluppando un proprio modo di adattarsi. Gli espatriati delle generazioni precedenti sceglievano spesso tra due strade: accettare completamente il nuovo contesto oppure opporvisi. È anche per questo che in molte città esistono quartieri come Chinatown o Brighton Beach, dove chi si è trasferito ha mantenuto gran parte della propria identità e del proprio stile di vita.
« In Argentina convivono gruppi di espatriati molto diversi. C'è la generazione più anziana, che gestisce negozi russi, frequenta i propri gruppi, parla russo e conserva un forte accento quando parla spagnolo. Si sono trasferiti qui negli anni Novanta e sembra che abbiano portato con sé un'intera epoca. Poi ci sono i nuovi espatriati. Per strada sarebbe difficile distinguerli dagli argentini. Anche loro tendono a frequentarsi tra loro, ma cercano di avviare attività rivolte alla popolazione locale e di entrare nella comunità di lingua spagnola», racconta Ana, un'espatriata russa in Argentina.
Per la Gen Z, nessuna delle due opzioni sembra del tutto soddisfacente. Molti vogliono restare sé stessi, ma sono anche aperti a nuovi modi di vivere e di comportarsi. Ne nasce così un'esperienza all'estero più ibrida: si conserva ciò che funziona, si lascia andare ciò che non funziona e ci si adatta di volta in volta.
Fase sei: l'appartenenza
Ho l'impressione che gli espatriati più giovani abbiano meno illusioni e diano meno importanza all'idea di appartenere pienamente a un luogo. Per loro, trasferirsi significa spesso imparare a gestire la vita quotidiana in modo pratico. Una volta imparata la lingua, capito come prenotare un appuntamento e comprese le principali abitudini locali, hanno gli strumenti necessari per andare avanti.
Il questo caso, il senso di appartenenza è più pratico che emotivo o esistenziale. In un certo senso, questo rende tutto più semplice e aiuta a smettere di mettere continuamente in discussione sé stessi.
Lo shock culturale esiste ancora per la Gen Z? Molto probabilmente sì.
Non è però lo shock dell'ignoto. Nasce piuttosto dalla distanza tra ciò che si vede online e la realtà. Proprio come per le generazioni precedenti, però, lo shock culturale resta un'occasione preziosa per superare stereotipi e aspettative e scoprire qualcosa di nuovo, anche su sé stessi.
Natallia ha conseguito una laurea con lode in lingua inglese e interpretazione simultanea e ha lavorato come scrittrice e redattrice per varie pubblicazioni e canali mediatici in Cina per dieci anni.