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Trasferirsi all'estero per la scuola dei figli: una nuova realtà

Vita quotidiana 5 min di lettura
scolarite a l'etranger© KostiantynVoitenko / Envato Elements

Cambiare quartiere per avvicinarsi a una buona scuola è una decisione piuttosto frequente. Ma alcune famiglie compiono un passo ulteriore: arrivano persino a cambiare Paese. Questo fenomeno, ancora marginale ma sempre più visibile, viene talvolta definito «espatrio educativo». Designa quelle situazioni in cui i genitori decidono di trasferirsi all'estero per offrire ai figli un contesto scolastico diverso, che si tratti di un sistema educativo più flessibile, di una pedagogia alternativa o di un ambiente più favorevole al benessere del bambino. Facciamo il punto su questa tendenza.

Quando la scuola diventa un motivo per partire

L'espatrio educativo può assumere forme molto diverse, ma si fonda spesso su un'idea semplice: il sistema scolastico di un altro paese risponde meglio alle aspettative dei genitori e alle esigenze del bambino.

La scelta di trasferirsi all'estero, in questi casi, non nasce in primo luogo da un progetto professionale o dal desiderio di cambiare contesto di vita, ma proprio dalla volontà di offrire ai figli un ambiente educativo ritenuto più adatto.

Questa "mobilità educativa" non è del tutto nuova. Da tempo alcune famiglie mandano i propri figli a studiare all'estero, in collegi o università prestigiose. La specificità dell'espatrio educativo sta nel fatto che la decisione coinvolge ora tutta la famiglia, o una sua parte, e può intervenire fin dai primi anni di scuola.

Un esempio concreto: dalla Germania alla Danimarca

Un caso citato spesso per illustrare l'espatrio educativo riguarda alcune famiglie tedesche che scelgono di trasferirsi in Danimarca per la scolarizzazione dei figli.

Nella patria di Goethe, la legge impone, come in molti altri paesi, l'obbligo scolastico a partire dai sei anni. La frequenza deve però avvenire in un istituto fisico accreditato. L'istruzione parentale è ammessa solo in via eccezionale e temporanea, perché le autorità ritengono che la scuola a casa non favorisca la socializzazione.

Questa normativa spiega perché alcune famiglie decidano di varcare il confine verso la Danimarca. In un reportage dedicato al fenomeno, la rivista Courrier international, che riprende un'inchiesta del quotidiano tedesco Der Spiegel, racconta la storia della famiglia Betz. Contrari al sistema scolastico tedesco, i genitori hanno deciso di lasciare il proprio paese per stabilirsi a Padborg, in Danimarca, a meno di un chilometro dal confine. «Siamo dei rifugiati scolastici», afferma la madre. «Nel sistema scolastico tedesco non riuscivamo proprio più a stare.»

In Danimarca la Costituzione non impone la frequenza di una scuola in presenza. I genitori possono occuparsi direttamente dell'educazione dei figli, a condizione di garantire un livello d'istruzione equivalente a quello della scuola pubblica e di accettare il controllo delle autorità locali. È in questo quadro che la famiglia Betz istruisce ora a casa i suoi due figli.

Nel sud dello Jutland (in Danimarca) circa 200 bambini ricevono oggi l'istruzione parentale, contro la ventina di cinque anni fa, e molte di queste famiglie provengono dalla Germania. La pandemia di Covid-19 ha avuto un ruolo di acceleratore, spiega un responsabile locale citato nel reportage. «Alcuni hanno apprezzato queste libertà e hanno poi avuto difficoltà ad accettare il ritorno alle vecchie regole.»

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Il caso ben noto di alcune famiglie asiatiche

In altre regioni del mondo l'espatrio educativo risponde a motivazioni differenti. In Cina, ad esempio, alcune famiglie scelgono di mandare i propri figli a studiare all'estero per evitare la pressione del sistema scolastico nazionale.

Il sistema educativo cinese è noto per il suo spirito competitivo, in particolare a causa del «gaokao», l'esame nazionale di ammissione all'università. Questo esame ha un ruolo decisivo nell'accesso alle migliori università ed esercita una pressione enorme sugli studenti delle scuole superiori che ambiscono a entrare negli atenei più prestigiosi.

Davanti a una competizione considerata da molti come dannosa, alcune famiglie preferiscono investire in una scolarizzazione internazionale. A patto, naturalmente, di poterselo permettere!

Entrare in una scuola inglese o americana rappresenta il vero traguardo per molte famiglie asiatiche, che vi vedono un modo per sfuggire alla competizione diffusa, ma anche per beneficiare di opportunità di studio e di carriera più ampie.

In un reportage del San Francisco Chronicle, Joanna Gao racconta di aver lasciato Shanghai per trasferirsi in California con i suoi due figli. L'obiettivo, nel suo caso, era aumentare le possibilità di accesso a una prestigiosa università americana.

«Da un punto di vista puramente matematico, gli studenti negli Stati Uniti hanno molte più possibilità di accedere a un'istruzione superiore di qualità rispetto alla Cina», spiega. Prima ancora del trasferimento, la famiglia aveva del resto iscritto i bambini in una scuola internazionale a Shanghai per rafforzarne il livello d'inglese.

Tra queste famiglie asiatiche è spesso uno dei due genitori ad accompagnare i figli all'estero (in genere la madre), mentre l'altro resta in patria a lavorare. Il fenomeno è chiamato "peidu mama" (madri accompagnatrici) e interessa destinazioni come gli Stati Uniti, Singapore o la Nuova Zelanda.

Espatrio educativo e "worldschooling"

Oltre agli esempi precedenti, l'espatrio educativo si inserisce in una dinamica più ampia: quella di genitori sempre più attenti alle condizioni e alle modalità di apprendimento dei propri figli.

Secondo diversi studi sulla mobilità educativa internazionale, le motivazioni sono molteplici e spesso complementari. Alcune famiglie cercano di sfuggire a sistemi scolastici ritenuti troppo stressanti, mentre altre desiderano avvicinarsi a pedagogie alternative, come le scuole Montessori, le scuole democratiche o gli approcci basati sull'apprendimento per progetti. Per altre ancora si tratta di un vero investimento nel futuro accademico e professionale dei figli, come accennato in precedenza.

In questo contesto, lo sviluppo dell'istruzione parentale e delle forme di apprendimento alternative ha un ruolo chiave. Secondo l'International Center for Home Education Research, queste pratiche hanno conosciuto una crescita significativa in molti paesi negli ultimi anni, alimentando il dibattito sul ruolo della scuola tradizionale e sulla libertà educativa delle famiglie. Questa evoluzione apre la strada a forme di educazione ancora più mobili e sperimentali.

È proprio in questa scia che si colloca il worldschooling, che può essere considerato una forma piuttosto radicale di espatrio educativo. Lo spostamento, in questo caso, non è più soltanto un mezzo per accedere a un altro sistema scolastico: diventa il cuore stesso del progetto educativo. Le famiglie viaggiano in modo prolungato e trasformano il mondo in un'aula, per così dire. Le esperienze vissute (scoperte culturali, interazioni linguistiche, immersione in stili di vita diversi) diventano i principali veicoli di apprendimento. L'educazione è qui concreta, contestualizzata e radicata nella realtà: un sito storico sostituisce, ad esempio, un manuale e un incontro interculturale diventa una lezione di lingua… Ogni ambiente alimenta, in un certo senso, la curiosità e la capacità di adattamento dei bambini.

E dal punto di vista giuridico?

Dietro queste situazioni di espatrio educativo si nasconde una differenza giuridica importante tra i paesi: alcuni impongono l'obbligo di istruzione, altri l'obbligo di scolarizzazione.

Nel primo caso lo Stato esige che il bambino riceva un'istruzione e acquisisca un certo livello di conoscenze, ma i genitori possono scegliere le modalità con cui assicurarla: a scuola, a casa o in strutture alternative. È il caso, ad esempio, del Regno Unito, dell'Irlanda o della Danimarca.

Nel secondo caso la legge impone che il bambino frequenti una scuola riconosciuta. L'obiettivo è garantire un quadro educativo comune e favorire la socializzazione degli alunni. È il caso della Germania, come abbiamo visto.

In Francia, ad esempio, la situazione si colloca a metà strada tra questi due modelli. L'istruzione parentale resta possibile, ma è fortemente regolamentata. Le famiglie devono ottenere un'autorizzazione preventiva per istruire i figli al di fuori della scuola. Tale autorizzazione viene concessa solo in casi specifici, quali una disabilità, un problema di salute o un progetto pedagogico particolare.

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Helena Delbecq
Autore

Titolare di una laurea del Ministero dell'Istruzione francese e di un Master II in Politica linguistica, ho avuto l'opportunità di vivere in Giappone e Cina e attualmente risiedo in Germania. Le mie attività ruotano attorno alla scrittura, all'insegnamento e alla gestione di programmi.

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